"Offeso il buon senso e limitato il diritto al divertimento"

di Guido Noselli (Outline).

Analisi circostanziata dello sciagurato e illogico decreto sui livelli acustici, che contraddice clamorosamente l'indirizzo seguito in materia da tanti altri Paesi.

Ma nella vicenda, tutta da piangere, c'è anche un background di equivoci e omissioni, con risvolti inquietanti.

Si tranquillizzi il lettore di Disco & Dancing l'argomento di cui scriverò in questo articolo non riguarderà certamente aspetti fisiologici o psicologici del piangere, ma molto più semplicemente ed ancora una volta l'ormai famigerato recente provvedimento preso dal governo in materia di salvaguardia dell'udito nei locali di pubblico spettacolo e di intrattenimento.

La ragione del titolo diventerà palese dopo che il lettore si sarà inoltrato nella lettura delle prossime righe tratte da due relazioni che suggerisco di leggere per intero a chi ha parte attiva e responsabilità nel colloquio attuale con le istituzioni, rintracciandole nel volumetto riepilogativo degli atti dei congressi citati. Tali volumetti sono editi e distribuiti dal SILB.

Ecco dunque alcune piccole parti di queste relazioni tenute rispettivamente, al congresso di Alghero nel 1991, quando, ancora caldo il decreto 277 di Agosto a tutela dei dipendenti nei luoghi di lavoro, si discuteva del precedente decreto emanato a Marzo e riguardante l'esposizione al rumore in ambiente abitativo ed esterno. Seguono poi alcune altre riferentisi al successivo congresso di Spoleto nel 1992, quando ormai da molti mesi tutti i datori di lavoro di qualunque settore, ivi compresi quindi i proprietari di discoteche, avrebbero dovuto seriamente applicare le norme di entrambi i decreti citati.

Dalla relazione del congresso di Alghero 91 il cui tema era " La discoteca e l'architetto"

("Architettura dei suoni" per quanto atteneva al mio intervento) .

Omissis…………

Si può facilmente capire come il rumore, qualunque esso sia, consista in ultima analisi in un suono che non è gradito, che provoca fastidio, e quindi per questo motivo non più definito come suono.

Appare evidente inoltre come la sua valutazione qualitativa e quantitativa sia sempre soggettiva e spesso condizionata da fattori psicologici, e ambientali.

Ne deriva che per alcuni il suono, anche ad altissimo livello di intensità, produce sensazioni piacevoli, per altri invece lo stesso suono, anche a livelli più bassi risulta sgradevole e diventa rumore, causa quindi di inquinamento ambientale.

Non deve stupire perciò l'emanazione di leggi in tutto il mondo che tendano a salvaguardare l'integrità fisica del cittadino nei confronti di questo "male".

Non dobbiamo lamentarci di queste leggi, perchè esse tutelano anche la nostra salute oltre a quella dei nostri congiunti.

Ma piuttosto dobbiamo cercare di applicarle in modo intelligente, perchè esse non limitino troppo la libertà di coloro cui devono soggiacervi.

Ricordo che in democrazia è inevitabile che si verifichi una limitazione di libertà per gli uni dove iniziano i diritti per gli altri.

Il diritto alla salute è uno di questi diritti, sancito dalla Costituzione e garantito dallo Stato, anche in discoteca o anche dove si balla.

Questo non significa che per rispettare la legge si debba abbassare il volume dell'impianto sin quasi a spegnerlo e ammanettare il DJ per evitare che lo alzi.

In questo modo, a parte le ovvie considerazioni di ordine economico per la perdita di clientela, infrangeremmo comunque la legge negando il diritto di ascoltare la musica, di ballare, di divertirsi ai nostri clienti.

Mi sembra sufficientemente chiaro che si dovrà fare in modo di rispettare i limiti di rumorosità fissati dalla legge, all'interno e all'esterno del locale, nel rispetto di coloro che faranno valere il proprio diritto alla salute, e allo stesso tempo si dovranno soddisfare, superando di gran lunga questi limiti, le richieste di coloro che hanno il diritto al proprio divertimento.

Se nel soddisfacimento di questi contrapposti diritti sta il più alto esercizio di democrazia, parimenti nelle soluzioni tecnologiche ed architettoniche che lo consentono sta la più profonda conoscenza ed esperienza dell'acustica e dei principi fisici che la regolano.

Omissis…………

Dalla relazione del congresso di Spoleto 92 il cui tema era:

"Orientamenti, regole, responsabilità."

Omissis…………..

Queste parole (riferito al tema del congresso) ben sintetizzano il momento di incertezza che sta attraversando il mondo delle discoteche e dell'intrattenimento in genere, (anche riguardo al mio specifico campo di conoscenza); ma altrettanto bene esse, inserendosi con ovvietà in una frase compiuta del tipo "chiedere riforme delle leggi, applicando le regole con il massimo senso di responsabilità, secondo gli orientamenti emersi dal confronto costruttivo con le istituzioni e tutte le parti in causa", dimostrano di contenere in se indicazioni precise sulla strada da percorrere per il superamento dei problemi attuali.

Dal congresso di Alghero al congresso di Spoleto.

Per entrare nel vivo della mia relazione è inevitabile riallacciarsi a quanto già detto ad Alghero lo scorso anno, approfondendo alcuni argomenti allora soltanto accennati.

Al di là delle argomentazioni prettamente tecniche in quell'occasione esposte, è stato detto con chiarezza che l'applicazione delle leggi sull'inquinamento da rumore andava affrontata tenendo conto dei diritti di tutti, come avviene in ogni stato democratico, ma anche con la massima responsabilità da parte di tutti, soprattutto degli imprenditori della discoteca, che avevano ed hanno il dovere etico di rendersi esecutori e garanti delle regole, per non essere assoggettabili a critiche di fronte alle istituzioni ed alla pubblica opinione.

Questo comportamento, per l'esperienza che a tutt'oggi ho potuto fare, è stato attuato in misura non adeguata, per usare un eufemismo, da un numero sicuramente non sufficientemente rappresentativo dell'intera categoria, soprattutto nei riguardi dell'applicazione della legge 277/91 sulla tutela della salute dei lavoratori dipendenti.

Le mie parole, potranno sembrare dure ma è inevitabile che qualcuno le pronunci, se si vuole chiarezza e, attraverso la presa di coscienza delle proprie responsabilità, autorevolezza nel chiedere o proporre riforme alla controparte, qualunque essa sia.

Se da un lato, infatti, gli imprenditori dello spettacolo hanno applicato solo in parte o per niente le leggi, dall'altro le istituzioni, spinte anche con intenti malcelati da gruppi di pressione, che non ho difficoltà a definire "avanzi di una mentalità retrograda e di un perbenismo bigotto di facciata", si sono arrogate il diritto di limitare la libertà di un gran numero di persone, imponendo l'applicazione di una normativa basata su dati statistici non strettamente inerenti l'attività della categoria da cui si pretenderebbe l'applicazione.

Alla ricerca dei parametri adeguati di valutazione dell'impatto del suono anziché del rumore sull'essere umano.

Le leggi promulgate, infatti, trovano il loro "background" tecnico non certo nelle statistiche dei possibili danni all'udito in soggetti esposti all'impatto del suono, e per suono s'intende quello prodotto, direttamente o indirettamente attraverso la riproduzione di registrazioni, da strumenti musicali o dalla voce umana, bensì nell'osservazione e catalogazione di tali possibili danni in quelle persone che sono soggette dall'attività professionale o lavorativa per libera scelta, o tutt'al più in quelle costrette, loro malgrado, a subire l'impatto della rumorosità spesso ossessiva dell'ambiente esterno.

In altre parole le leggi che si sono volute adottare in Italia, come troppo spesso da noi accade, sono purtroppo il passivo e tardivo (10 anni dopo rispetto ai paesi più avanzati) adeguamento alle più restrittive in assoluto tra le normative emanate in campo internazionale ed europeo.

L'aggravante di tutto questo "zelo dell'ultima ora" consiste nel voler applicare pedestremente a settori di attività come il nostro, senza verificarne con opportuni approfondimenti e ulteriori ricerche la validità, normative che dal punto di vista tecnico derivano da studi e ricerche condotte, soprattutto nei paesi più industrializzati, sui problemi causati all'udito nei lavoratori di fabbriche rumorose o di persone esposte a rumori di elevato livello, in aree solitamente di tipo metropolitano e ad elevata concentrazione di attività umane.

Utilizzo di statistiche antecedenti il fenomeno discoteca.

Si è dimenticato, ammettiamo pure in buona fede, che tutte le normative, più o meno adottate in tutto il mondo, sono basate su ricerche e statistiche condotte in epoche in cui la discoteca così come oggi la conosciamo non esisteva neppure.

Nessuno, per quanto mi risulta, ha tenuto conto, nella formulazione delle normative citate, di ricerche psicoacustiche, che pure si fanno da decenni, sugli effetti del suono sugli esseri umani e quindi sulle inevitabili differenze che esistono rispetto l'impatto subito dall'orecchio, sottoposto ad elevati livelli sonori prodotti nell'ambito della riproduzione musicale piuttosto che, ad esempio, dal rumore del macchinario pesante di una fabbrica in funzione.

Come valutare, infatti, il grande piacere ricavato dall'ascolto di un'orchestra sinfonica in un "auditorium" con i suoi 100 e più decibel di livello sonoro, piuttosto che l'enorme fastidio provocato dal rumore del "clackson" di un'automobile con gli stessi 100 decibel di intensità?

Voglio ricordare che per definizione "il rumore è qualunque vibrazione che risulta in qualche modo sgradevole all'essere umano".

Ne risulta che il suono, per contrapposizione, genera vibrazioni gradite all'orecchio e quindi come tali molto più tollerabili anche a livelli ritenuti solitamente molto elevati.

Con queste premesse mi sembra inequivocabile che ancora molto c'è da fare nell'accertamento della validità dei criteri di valutazione oggi adottati riguardo tali livelli sonori.

Moltissimo inoltre nell'individuazione scientificamente inoppugnabile dei presunti danni psicofisici di cui soffrirebbero gli assidui frequentatori delle discoteche e che alcuni attribuiscono ad una prolungata esposizione ad alti livelli sonori.

Ricerca imparziale di nuovi indici di tollerabilità al suono.

Detto questo, a me sembra inevitabile che la categoria solleciti a gran voce, e con tutta la capacità contrattuale che possiede nei confronti delle istituzioni, una ricerca organica, condotta con mezzi idonei ed adeguati, anche a costo di una contribuzione diretta ai costi, volta ad individuare con chiarezza i limiti di tollerabilità dell'orecchio umano al "suono" non già al rumore: tale ricerca dovrebbe essere svolta da un gruppo di professionisti riconosciuti, scelti con criterio di equità tra le parti interessate.

Omissis………….

Ed ancora aggiungevo:

"la qualità totale", sembra essere l'unica vera arma vincente che gli imprenditori del settore posseggono; l'unica, conciliatrice di opposte esigenze, che consenta di superare indenni questo periodo di incertezze.

Il suo raggiungimento, attraverso un'accurata scelta ed installazione dell'impianto audio ad esempio, porterebbe il vantaggio di elevare consistentemente il livello sonoro fruibile in pista pur senza penalizzazione ulteriore per le persone che vi sono dal lavoro costrette.

Questo si ottiene, oltre che con una disposizione dei diffusori, attenta alla pianta del locale e alla salvaguardia delle necessarie zone d'ombra, contenendo al massimo la distorsione armonica totale, ad esempio, attraverso un corretto dimensionamento o meglio surdimensionamento del sistema di sonorizzazione.

La distorsione, infatti, è percepita dall'orecchio umano come uno sgradevole incremento di pressione sonora: tanto maggiore sarà la distorsione in un impianto suono, tanto più alto sembrerà il volume sonoro prodotto.

Abbassare la percentuale della distorsione (mai totalmente eliminabile) significa poter ascoltare a livelli di pressione proporzionalmente più alti, senza avere la stessa sensazione di incremento del volume sonoro.

Tanto più bassa, quindi, sarà la distorsione, tanto più alta sarà la pressione sonora tollerabile, entro i limiti ovviamente della soglia di udibilità superiore dell'essere umano, sino a quella del dolore fisico (secondo gli esperti 130 dB SPL).

A riprova di questo, vorrei ricordare come senz'altro a tutti sia accaduto di spegnere, od abbassare stizziti, il volume di una piccola radiolina che, per l'alto tasso di distorsione, sembra fare un intollerabile baccano, a dispetto delle dimensioni e della potenza acustica di cui dispone, piuttosto che di un ottimo impianto stereo da casa o d'automobile, che riproduca a livello realistico (oltre i 100 dBA), un buon brano di musica rock, con bassa distorsione.

Omissis…………

Queste erano osservazioni, concetti o suggerimenti che esprimevo nel 91 ad Alghero e nel 92 a Spoleto, quando ancora si doveva e si poteva cercare un confronto serio con le Istituzioni.

Confronto che molto probabilmente avrebbe portato ad una modificazione dei decreti sino ad allora vigenti ed avrebbe impedito l'emanazione di quest'ultimo, così com'è formulato, sia dal punto di vista dei limiti imposti, sia della scelta della metodologia di utilizzo della costosa e macchinosa apparecchiatura di misura e controllo.

Ma dove era il gruppo di professionisti riconosciuti, mentre il Ministro o il Sottosegretario si convincevano della validità di un provvedimento concettualmente e numericamente sbagliato?

Se è vero, come deve essere vero, che tale provvedimento è stato preso per tutelare la salute dei cittadini, nella fattispecie dei giovani, e non per altri motivi, qualcuno spieghi circostanziatamente perché si è voluto individuare nell'alto livello della musica in discoteca la causa di un danno la cui entità, allo stato attuale della conoscenza, non è stata con certezza individuata. E perché non ad esempio nell'utilizzo, esagerato nei giovani, di Walkmen, di Hi-Fi domestici o di Hi- Fi Car, o di TV, possibili veicoli di danno all'udito ben più diffusi e per molto più tempo "frequentati" rispetto ai luoghi di pubblico spettacolo o le discoteche.

Non ho notizia di nessuno studio o ricerca o statistica svoltasi in nessuna parte del mondo che abbia potuto dimostrare inequivocabilmente una relazione oggettiva di causa / effetto tra l'ascolto di musica ad alto livello sonoro in discoteca e un'ipoacusia di rilievo: tutt' al più si è potuto dimostrare il cosidetto " TTS, Temporary Threshold Shift ", slittamento di soglia uditiva temporanea di soggetti appena o di recente esposti ad una sovraesposizione.

Anzi posso affermare che esiste copiosa documentazione scientifica d'autori, scienziati famosi e ricercatori d'ogni paese, nella quale sono espressi giudizi e statistiche assolutamente in contraddizione le une rispetto alle altre; e ad ogni studio, che porti argomentazioni apparentemente valide circa le prove del danno permanente all'udito che l'esposizione alla musica riprodotta ad alto livello sonoro provocherebbe, si contrappone un altro studio altrettanto credibile e circostanziato che porta a conclusioni diverse.

A prova della mia ultima affermazione, sopra tutti, voglio citare uno studio recentissimo del consulente inglese Ken Dibble, dal titolo "Hearing Loss & Music", presentato alla 96° convenzione dell'AES, Audio Engineering Society, associazione mondiale che raggruppa il più grande numero di specialisti in acustica, tenutasi ad Amsterdam nel Febbraio 1994.

In tale lavoro, che ritengo assolutamente emblematico, l'autore dopo aver studiato attentamente il più importante lavoro scientifico svolto negli ultimi 22 anni, citando ben 43 referenze a partire dal 1970 al 1992, dopo una lunga, articolata ed imparziale argomentazione in nove pagine di testo e diciassette grafici di vario tipo, che mette in luce i risultati più significativi e contraddittori di quei precedenti studi, giunge alla seguente conclusione (che traduco il più letteralmente possibile dall'Inglese): ………….

"si è dimostrato che per ogni studio citabile a dimostrazione che la perdita di facoltà uditiva a causa della musica riprodotta ad alto livello sonoro costituisca un problema ("Music Induced Hearing Loss") , ne esiste un altro che dimostra il contrario con eguale attendibilità.

Si è dimostrato anche che le conclusioni cui giungono alcuni autori non sempre reggono ad un controllo accurato, e questo è facilmente riscontrabile perché un certo numero di documenti che appaiono supportare l'esistenza del problema, possono ugualmente essere interpretati come un miglior sostegno dell' opposto.

Appare anche evidente la necessità di osservare che essendo il suono piacevole per gli esseri umani e quindi meno stressante, è logico possa essere meno dannoso anche dal punto di vista medico.

Avendo visto il fallimento della maggior parte degli studi, tesi a dimostrare che la perdita dell'udito indotta dalla musica ascoltata ad alti livelli sonori sia un problema di un qualche significato statistico, avendone conferma dall' esperienza del lavoro di tutta la vita, spesa in esami audiometrici da Knight (vedi referenza 43), sono giunto alla conclusione che, tanto per cominciare, si debba alzare la soglia di pericolo per i posti di lavoro di almeno 3 dB rispetto al livello stabilito dalla direttiva EEC 86/188 secondo gli studi di Whittle & Robinson (vedi referenza 29), in vista di ulteriore incremento di tale soglia quando si sarà potuto fare ricerca su dati affidabili.

Assieme al dono della vista, l'udito è probabilmente il senso più importante per l'essere umano.

Nessuno si augura di vedere che l'udito delle future generazioni venga intaccato per l'esposizione a livelli pericolosi di rumore o di musica, ma allo stesso tempo non c'è alcuna virtù in una regolamentazione fine a se stessa.

La gente maggiormente responsabile reagirà positivamente ad una regolamentazione che sia vista come necessaria ed accettata come ragionevole, altrimenti la violazione sarà certa e l'effettiva applicazione diventerà impossibile, come succede per esempio per gli anacronistici limiti di velocità imposti su molte autostrade inglesi ed americane.

Tra tanti, il problema della stima della perdita d'udito indotta dalla musica ascoltata ad alto livello sonoro, consiste nel fatto che molti dei dati disponibili sono datati e largamente contraddittori.

La conclusione da trarre è che si rende necessaria una nuova ed estensiva sorveglianza a livello internazionale dei livelli sonori e dei periodi di esposizione della popolazione giovanile attuale affinchè un realistico ("Damage Risk Criteria") criterio della valutazione del rischio di danni all'udito possa essere inequivocabilmente fissato ed usato come base per regolare il livello all'esposizione sonora dei lavoratori e del pubblico."

In Inghilterra dunque, ed in tanti altri paesi civilmente avanzati, nessun governo ha emanato leggi restrittive o limitative penalizzanti nei confronti dei fruitori di musica ad alto livello sonoro, anzi in questi stessi paesi, in cui, con dieci anni di anticipo rispetto all' Italia si è applicata la direttiva EEC 86/188 sulla salvaguardia dell'udito per i lavoratori, non solo la questione non è considerata un problema, ma addirittura rispetto alla stessa questione si mettono in dubbio i limiti imposti dalla direttiva per i lavoratori stessi soggetti.

Risulta evidente, dalla relazione del Dibble, che le regole sin qui generalmente adottate per il rumore non valgono per la musica, al punto che, se da un lato la moderna scienza audiometrica ha dimostrato la capacità di addurre prove valide al "Damage Risk Criteria" (criterio di valutazione dei rischi di danno all'udito) in riferimento all'esposizione al rumore industriale, la stessa audiometria non ha potuto ad oggi dare altrettanto valide prove nel caso di esposizione alla musica prodotta o riprodotta ad alto livello sonoro.

Premesso tutto questo, rimangono, a mio parere non individuabili criteri oggettivi tali da aver indotto il legislatore alla emanazione di una legge che così formulata creerà ben più problemi di quanti non intenda risolvere:

a danno dei giovani innanzitutto, che dovranno fare, e faranno, clandestinamente quello che oggi avviene sotto gli occhi di tutti,

a danno dei lavoratori del settore, in grande quantità ancora giovani, che vedranno annullati non solo potenziali posti di lavoro, ma diminuiti quelli attuali,

a danno di tutti coloro che vivono sull'indotto mantenendo o creando posti di lavoro, quali operatori dell'edilizia, elettricisti, idraulici, arredatori, carpentieri, ecc.

a danno di autori, editori, produttori di musica, artisti e associazioni come la SIAE ecc.

a danno dei produttori di bevande di ogni tipo alcooliche e non,

a danno dei fabbricanti di prodotti specializzati per il settore, quali impianti illuminotecnici, impianti di amplificazione professionale ecc.

Tutte categorie quelle citate, ma potrei continuare citandone tante altre, che vedranno pesantemente diminuire il loro giro di affari, già penalizzato negli ultimi due anni per una crisi del settore, senza alternativa per il recupero in altri comparti: per non citare i gestori ed i proprietari di locali di pubblico spettacolo che avranno pur qualche diritto !

Se invece i criteri ispiratori sono il frutto di logiche d'altra natura, credo sia molto meglio procedere per legge alla rottamazione rapida senza incentivo ( i soldi sono finiti in altre rottamazioni ), di discoteche, locali di pubblico spettacolo, sale per concerti ecc. così da consentire ai "rottamandi" di trovarsi un'alternativa per vivere decorosamente.

 

 

Referenze.

"Architettura dei suoni". Guido Noselli.

XII Congresso SILB, 1991.

Orientamenti, regole, responsabilità. "Il suono in discoteca". Guido Noselli.

XIII Congresso SILB, 1992.

Hearing Loss & Music. AES Preprint 3869(P6.8). Ken Dibble ***

Bibliografia.

Architectural Acoustics - M.David Egan - McGraw-Hill Book Company

Acoustics - Leo L. Beranek - American Institute of Physics

Sound System Engineering -Don/Carolyn Davis- Howard W.Sams & Co

Acoustic Design - Templeton/Saunders- Architectural Press London

Progettare il silenzio - Marco Vigone - Hoepli- Milano

 

*** Questa referenza, che a sua volta ne cita ben altre 43, è acquistabile presso

l' Audio Engineering Society Pubblications New York Headquarters Tel. 001-212-661-8528

Fax. 001-212-682-0477.

l' Audio Engineering Society Pubblications European Representative Tel. 0033-1-4881-4632

Fax. 0033-1-4706-0648

oppure presso la sezione AES Italiana con sede a Milano in P.le Cantore 10

Fax. 02-27309018