ACUSTICA,
PSICOACUSTICA,
TECNOLOGIE AUDIO e
DINTORNI
Articolo apparso sulla rivista Sound & Lite di Marzo
2001
di Guido Noselli (fax 030/3580431 - posta elettronica guidonoselli@outline.it)
"PARAMETRI
SINTETICI PER LA VALUTAZIONE DI UN IMPIANTO
AUDIO PROFESSIONALE PER IL RINFORZO DEL SUONO"
di
Guido Noselli
Ancora
una volta per esigenze dell’editore, mi accingo a scrivere queste pagine con
molto anticipo rispetto all’uscita di questo numero nel Marzo 2001.
Ancora una volta pochi “feedback” pervenutimi da
parte dei lettori mi sono d’aiuto, o meglio non sono un contributo sufficiente
alla formulazione della proposta che è riassunta nel titolo.
A
dire la verità quei pochi che mi hanno inviato un messaggio si sono detti
d’accordo con le mie considerazioni e le hanno fatte proprie, ringraziandomi
per essere, di fatto, divenuto con questi articoli loro “portavoce
ufficiale” o una sorta d’interprete delle loro opinioni sull’argomento.
Io aggiungo però che sino ad ora ho solamente
commentato ed evidenziato una prassi scorretta, l’utilizzo insensato del
“watt” come criterio di valutazione di un impianto di sonorizzazione
professionale, ho poi descritto un certo numero di parametri secondo i quali
debba essere valutato un tale impianto, ma ancora non ho definito qual è o
quali sono i parametri sintetici con i quali, a mio parere, si possa
vantaggiosamente e semplicemente sostituire il “watt” nel criterio di
valutazione citato.
Per
farlo dobbiamo ancora analizzare brevemente, come ho annunciato in precedenza,
altri due parametri di valutazione che non si possono trascurare se si vuole
avere un quadro completo da “sintetizzare”. Li richiamo qui sotto per
chiarezza nello stesso ordine in cui li ho a suo tempo elencati.
9.
LA COMPRESSIONE DELLA POTENZA (Power Compression)
10.
LA DISTORSIONE (THD - Total Harmonic Distortion)
LA COMPRESSIONE DELLA POTENZA
Della
misura di questo parametro importante, non si tratta in nessuno dei due Standard
cui ho fatto riferimento. In realtà un accenno indiretto, collegabile al
fenomeno della power compression viene fatto nello standard AES, in cui si dice
che il costruttore deve dichiarare l’incremento della temperatura della bobina
mobile e del circuito magnetico dell’altoparlante al termine delle due ore
previste per la prova di tenuta in potenza, “Thermal Test Information”;
nell’ IEC invece si fa riferimento ad un precondizionamento, “Preconditioning”,
della durata di almeno un’ora alla potenza dichiarata dal costruttore, con
l’utilizzo di un segnale di prova che simula il programma musicale; ma la
norma specifica anche che, prima della misura vera e propria, il sistema va
fatto riposare per almeno un’ora, allo scopo di annullare gli effetti
momentanei del precondizionamento come l’incremento della temperatura. Il
Preconditioning IEC ha in sostanza il compito di stabilizzare i parametri dei
componenti con una sorta di collaudo prima delle misure. Nessuno dei due
Standards quindi ci dà l’informazione diretta di come si comporterà il
nostro sistema sul campo durante il suo utilizzo. Tutti possono notare, inoltre,
che questo è un parametro la cui specifica, difficilmente, per non dire mai, è
divulgata da un costruttore d’altoparlanti, o di sistemi d’altoparlanti in
particolar modo professionali.
La
causa di quest’omissione forse è dovuta ad un’abitudine diffusa, non solo
nel campo dell’audio professionale, a causa di ragioni meramente commerciali.
Non è una gran pubblicità per nessuno, infatti, dichiarare che un sistema
d’altoparlanti (di qualunque marca e modello), pilotato per un periodo, anche
relativamente breve (bastano pochi minuti), ad alta potenza, avrà perdite
d’emissione sonora di almeno 3\4 dB (oltre il 100%) rispetto a quella che
potrebbe sviluppare senza danni se questo fenomeno non avesse luogo; e nemmeno
dichiarare che, intervenendo questo fenomeno, il sistema non potrà mantenere la
stessa risposta in frequenza lineare per cui è stato costruito. Per non dire
inoltre che la Compressione di Potenza contribuisce ad incrementare
ulteriormente la già alta distorsione presente ad alti livelli sonori.
Questo
fenomeno, che potremmo definire un problema di “Range” dinamico, accade agli
altoparlanti o ai sistemi d’altoparlanti che funzionano in condizioni di non
linearità per gli alti livelli di pilotaggio, e si verifica per l’inevitabile
e fisiologico surriscaldamento delle bobine mobili dei componenti.
Tale
surriscaldamento da un lato fa crescere il valore d’impedenza delle stesse
bobine mobili a tal punto che l’amplificatore, vedendo un carico raddoppiato,
perché l’impedenza addirittura raddoppia,
dimezza la propria potenza d’uscita, dall’altro
porta l’altoparlante a produrre, come già detto, alte distorsioni. Nei
sistemi multi via, in pratica tutti, questo fenomeno presenta anche
l’aggravante che, essendo ogni singolo componente del sistema soggetto alla
compressione a livelli differenti di potenza, la risposta in frequenza globale
diventa dipendente dal livello sonoro, vanificando buona parte del lavoro di
taratura avvenuto precedentemente. Ecco qui sotto due grafici, costruiti con un
potente programma di simulazione e di misura LEAP/LMS, che renderanno chiaro il
fenomeno. Vedi Fig. 1 e 2

Fig.1.
Risposte in frequenza della sezione bassi di un sistema pilotato a diverse
potenze
Le curve sono scalate in modo da confrontare
direttamente le differenze sia di livello sia di banda riprodotta. Si noti come
aumentano le differenze tra una curva e l’altra al variare della potenza di
pilotaggio, mentre senza “Power Compression” le curve risulterebbero tutte
coincidenti con quella blu presa ad 1 Watt.
Infatti,
nell’esempio qui sopra appare chiaro che già con metà della potenza
accettata, 200 watt, curva nera, il sistema comincia a risentire del fenomeno
con consistente riduzione della banda di potenza e del livello sonoro. Credo sia
chiaro ora perché i costruttori d’altoparlanti o di diffusori non ne fanno
menzione nei loro data sheet.
Quest’omissione
non avviene per una sorta di vera e propria malafede collettiva, ma da un lato
per un’esigenza puramente commerciale come ho già detto e dall’altro per
una sorta di semplificazione nel fornire le caratteristiche del sistema, perché
è molto difficile, infatti “standardizzare” numericamente questo fenomeno,
anche perché si differenzia da modello a modello nell’ambito della stessa
marca e addirittura da banda a banda di frequenze riprodotte.
Quindi
si tranquillizzino i costruttori, non sarò certamente io a chiedere questa
“impossibile standardizzazione” nei loro data sheet. Ho spiegato il fenomeno
e portato l’esempio qui sopra perché se
ne deve tenere conto
quando è necessario decidere il dimensionamento di un impianto di
sonorizzazione, conoscendo il “lavoro” che esso dovrà svolgere. Anche
questo parametro dunque ha un peso importante nel processo di sintesi che mi
propongo in queste pagine, anzi molto importante visto che introduce un fattore
numerico negativo del 50% nel rendimento complessivo del sistema.
La
Power Compression, di fatto e per qualunque costruttore al mondo abbassa della
metà il rendimento di un impianto (come fosse composto dalla metà dei
diffusori), perché i componenti di tale impianto sono
pilotati per tempi non trascurabili al limite della potenza di targa.
Tale condizione, com’è intuibile, è universalmente generalizzata per ragioni
pratiche, tutte, o quasi, riconducibili a quelle economiche, come ad esempio la
necessità di contenimento dello spazio occupato dal sistema di sonorizzazione
durante il trasporto, che sempre obbliga all’acquisto della minore quantità
possibile di diffusori e al loro inevitabile ipersfruttamento.
LA DISTORSIONE
Questo è
l’ultimo dei parametri importanti che si deve analizzare prima di avviarci
alle conclusioni.
Cos’è la Distorsione?
Generalizzando
è un’alterazione del segnale musicale originario; fastidiosa o addirittura
non sopportabile dall’orecchio umano, se d’elevata entità.
Per
analizzarne gli effetti, al di là di quello che la stessa definizione lascia
intuire, bisognerebbe descriverne dettagliatamente tutti i tipi che possono
affliggere un sistema d’amplificazione. Non è certamente ora, in queste
pagine, il momento adatto per farlo, anche se prima o poi ce ne sarà
l’occasione. Né tanto meno mi metterò a descrivere cosa ne dicono gli
Standard AES ed IEC, se non per riferire che, ai fini pratici, l’AES, che
richiede la misura del dato di distorsione armonica, 2° e 3°, pilotando
l’altoparlante con il 10% della potenza massima dichiarata dal costruttore,
non ci fa capire cosa realmente accade al nostro sistema durante l’utilizzo ad
alta potenza, mentre l’IEC essendo molto più incisivo e completo perché
prevede la misura di tutti i tipi di distorsione, con l’utilizzo sia di
segnale sinusoidale, sia di rumore rosa a terzi d’ottava, è, per questo
parametro, lo Standard cui fare riferimento.
Dando
per scontato che nel nostro sistema di sonorizzazione, sia sempre presente
un’elettronica di pilotaggio, dal mixer agli amplificatori, virtualmente
esente da distorsione e correttamente dimensionata, per sfruttare la massima
potenza maneggiabile dai diffusori senza danni (1), resta soprattutto da analizzare la distorsione che
affligge il buon comportamento di quest’ultimi e quindi degli altoparlanti che
ne sono il motore.
Ancora
una volta, per fare questo dettagliatamente, bisognerebbe analizzare e
descrivere numerosi tipi di distorsione, ma per le ragioni già dette mi limiterò
a parlare del tipo che ora più m’interessa per completare la descrizione di
quei parametri di “base” che ho sin qui brevemente analizzato:
LA
DISTORSIONE ARMONICA TOTALE ,
“THD”
Qualcuno
su questa scelta avrà molte obiezioni o suggerimenti, ne sono certo!
Ben vengano tali obiezioni e suggerimenti, che in
ogni occasione ho sollecitato, convinto da sempre della necessità che tutti
debbano partecipare e collaborare.
So
perfettamente che la misura della Distorsione Armonica Totale per un diffusore
non è l’unica né la migliore per valutare l’effettivo impatto sul nostro
sistema uditivo delle alterazioni del segnale musicale originario. Tutti sanno
che distorsioni di seconda armonica non sono così deleterie come quelle
d’ordine superiore, la terza ad esempio. Quindi non distinguere il tipo di
distorsione presente in un sistema di sonorizzazione pilotato ad alta potenza
potrebbe sembrare limitativo e probabilmente lo è.
In
questo frangente comunque ritengo utile parlare di questo tipo per due ragioni:
la prima perché, non essendo lo scopo di questo articolo stabilire se una
misura di distorsione è meglio dell’altra, ma semplicemente quello di
evidenziare che, nella valutazione delle prestazioni di un sistema di
amplificazione, essa ha un peso non trascurabile; la seconda perché esiste, nel
mondo dell’amplificazione professionale, un precedente illustre e d’attualità,
molto seguito e molto diffuso, anche al di là dell’oceano, che mi permette di
presentare al lettore una dimostrazione chiara degli effetti negativi che la
distorsione produce. Il fautore di tale precedente, è un ingegnere tedesco,
“free lance”, certo Anselm Goertz.
Egli,
oltre a collaborare con nomi storici come il prof. Anhert, progettista di
“EASE”, il più diffuso dei programmi di simulazione audio, esegue da anni
misurazioni complete su sistemi professionali d’amplificazione sonora per
conto di una rivista tedesca, Produktion
Partner, la
sola che, allo stato attuale mi risulta, pubblichi prove del genere. Ebbene
l’ing. Goertz ha sviluppato, tra l’altro, oltre ad un ottimo sistema di
misura della dispersione dei diffusori e soprattutto della sua ben leggibile
rappresentazione grafica, un buon metodo di misura della THD
e quindi anche della sua rappresentazione (credo unica, per ora, nel settore
dell’audio professionale), basata sull’utilizzo di un generatore sinusoidale
e di un analizzatore di spettro FFT. (2)
Senza
entrare nel merito del metodo e della validità della misura, il grafico fornito
è perfettamente adeguato alla nostra esigenza di sintesi ed è leggibile molto
semplicemente anche per chi non è addentro alla materia. Esso si riferisce alla
risposta in frequenza per terzi d’ottave che il sistema completo in prova,
amplificazione compresa (dal crossover attivo al diffusore), misurato ad una
distanza “farfield” (6/8 m) presenta
con il 3%
di THD e
con il valore della massima distorsione che si è stabilito ragionevolmente di
accettare in sistemi professionali pilotati ad alta potenza, il 10%. In altre parole si pilota il diffusore con il
valore di tensione che gli faccia raggiungere, per ogni frequenza, il massimo
livello sonoro senza che sia superato prima il 3% e poi il 10% di Distorsione
Armonica Totale, e si traccia il grafico a terzi d’ottave, normalizzandone il
livello alla distanza di riferimento, il solito metro, così che si rappresenta
il Max
SPL ottenibile dal sistema in prova senza il superamento
della distorsione prefissata per l’intera banda audio. Vedi fig. 3.

Fig.3.
Risposte di Max SPL a terzi d’ottava in
4p (free field) di un sistema a larga banda per distorsioni del 3% e
del 10% (curva verde). Grafico riportato dalla rivista tedesca Produktion
Partner.
La linea verde corrisponde alla banda di
frequenza riprodotta con il massimo di distorsione accettabile secondo la
valutazione decisa dall’Ing. Goertz. In realtà il tetto di distorsione
massima al 10%, come limite di accettabilità è certamente valido per la
maggior parte della banda audio, mentre a frequenza via via più bassa tale
limite è difficilmente contenibile salvo dimensionamenti mostruosi della
sezione subwoofer. Se si guarda il grafico infatti si nota come con il 10% di
distorsione a 50 Hz ci sono 10 dB in meno del livello medio presente nella parte
centrale della banda audio, quella che contribuisce maggiormente alla sensazione
sonora.
Per
compensarli bisognerebbe decuplicare la sezione sub!
In pratica questo non si fa perché, più le
frequenze riprodotte sono basse, meno l’orecchio umano avverte “il peso”
della distorsione, e quindi distorsioni del 30%, ed oltre, a tali frequenze sono
in pratica poco riconoscibili. Per fortuna, questo consente un dimensionamento
ragionevole della sezione subwoofer (o bassi a seconda del numero di vie in cui
è diviso il nostro ipotetico sistema). Un rapporto 1/1 con la potenza
a disposizione per la parte restante della banda, se non è possibile
consentirsi di più, è già sufficiente anche e soprattutto se si considera che
l’appoggio a terra della sezione sub, posizione per questa ragione
irrinunciabile, ci regala ancora 3 dB.
Analogo discorso va fatto per la sezione alti del
sistema che è afflitta dagli stessi problemi di dimensionamento. In questo
caso, però, una distorsione superiore al 10% è ben più avvertibile ed inoltre
non ci viene in aiuto il posizionamento come accade per la sezione sub/bassi. C’è da dire, comunque, che è
naturale per l’orecchio avvertire un calo di livello progressivo e dolce delle
frequenze medio alte, se é contenuto e proporzionale alla distanza di ascolto,
perché in questa banda, centrata intorno a 3500 Hz, è posta la sua massima
sensibilità.
Molto spesso, quindi, la mancanza di questo “calo
naturale”, a causa di una taratura scorretta del sistema, o della presenza
esagerata di queste frequenze, genera fatica d’ascolto e addirittura fastidio,
quando anche è presente un sovraccarico di potenza, seppure minimo,
dei componenti che generalmente vengono impiegati per riprodurle tali
frequenze come Trombe e rispettivi Driver a compressione.
Non va dimenticato, in ogni caso, che maggiore sarà
il dimensionamento dell’impianto, dal punto di vista del numero di diffusori,
e più alto sarà il livello ottenibile con bassa distorsione.
Esaurita questa breve analisi, spero sufficiente a
chiarire quali sono i parametri più importanti che condizionano le prestazioni
di un impianto di sonorizzazione professionale, giova qui ripetere la domanda che l’ha generata:
"sarà
sufficiente il nostro impianto di sonorizzazione a supportare adeguatamente la
performance o lo show per il quale è stato scelto?"
Vediamo
come quello che abbiamo appreso sin qui ci servirà a dare una risposta
convincente.
Per farlo è necessario, prima di tutto chiarire cosa
s’intende per “adeguatamente”.
Possiamo
dire che un impianto di sonorizzazione è adeguato, per definizione, quando è
in grado di sonorizzare tutta l’audience con la maggiore uniformità
possibile dal punto di vista timbrico e del livello sonoro; entrambe queste
esigenze, non va mai dimenticato, sono le più importanti per la soddisfazione
degli spettatori che hanno pagato per assistere ad uno show musicale.
Può
sembrare retorica ricordarlo, ma purtroppo troppo spesso in tanti show, di
cantanti o gruppi, tra quelli più famosi soprattutto, ho visto privilegiare gli
aspetti spettacolari e “pirotecnici” dello spettacolo, per trascurare in
modo vergognoso la qualità della performance, al punto da privare gli
spettatori di ogni possibilità di comprensione del messaggio musicale, per non
dire di peggio, pur essendo essa la ragione primaria per cui lo spettacolo
stesso viene allestito.
Certo siamo nell’era dell’immagine e dell’esibizionismo che ne
deriva, ma accidenti!
“non
possiamo dimenticare che l’immagine, in questo caso, deve essere un supporto
e non sostituirsi per importanza alla buona riproduzione della musica”.
C’è un altro aspetto che non può essere
trascurato per definire l’adeguatezza dell’impianto di sonorizzazione. Esso
riguarda il suo dimensionamento in base al genere musicale che dovrà
riprodurre.
Va
da sè che riprodurre musica classica o jazz piuttosto che musica pop, rock o
heavy metal, comporta esigenze completamente diverse, nel senso che bande
differenti di frequenze per ogni genere diverso saranno più o meno intensamente
e densamente eccitate con la conseguenza pratica che un impianto dimensionato
per il “pop” ad esempio non potrà essere sufficiente per riprodurre al
giusto livello sonoro il genere “disco” ecc. (3)
Detto
questo, non rimane che concludere, rispondendo alla domanda che naturalmente
scaturisce dalla definizione più sopra enunciata:
quali
sono le caratteristiche che sinteticamente definiscono l’adeguatezza di un
impianto
Credo
che la risposta ormai affiori alle labbra di tutti coloro che hanno avuto la
pazienza di leggere sin qui. E credo anche che tutti ormai si siano resi conto
dell’insensatezza
dell’utilizzo del “watt” a tale scopo.
Infatti,
se e vero che l’impianto, deve sonorizzare omogeneamente e con sufficiente
qualità “l’audience” da tutti i punti di vista, esso dovrà avere la
copertura sonora adatta a quell’audience e con quella copertura sonora dovrà
avere la capacità di riprodurre una Banda Effettiva di Frequenze,
sufficientemente ampia ed adeguata al segnale musicale da amplificare, ad un
livello sonoro tale che anche l’ascoltatore più lontano possa sentirsi
coinvolto dallo spettacolo per tutta la sua durata, indipendentemente dai
fenomeni di power compression, e sentire con sufficiente intelligibilità
senza essere afflitto dalla fatica d’ascolto che la distorsione provoca.
Ecco
quindi in sintesi cosa è indispensabile conoscere del nostro impianto:
La
massima pressione sonora a lungo termine “Long Term” (“MAX SPL“) a
larga banda
(“Effective
Frequency Bandwith”), ad una data distanza di riferimento, ottenibile senza
il superamento della distorsione ritenuta accettabile (“Max THD”), per un
determinato angolo di copertura sonora (“Radiation angle, Coverage”).
I “watt”, stavolta per citarli a proposito,
saranno quelli che gli amplificatori di potenza del nostro sistema di
sonorizzazione dovranno erogare per l’ottenimento delle prestazioni desiderate
(1).
In conclusione, all’insensata richiesta di un
impianto da 10'000 watt, che si legge ad esempio sui classici “rider” si
potrebbe sostituire dunque molto più opportunamente e correttamente:
IMPIANTO
AUDIO per “Musica Rock” (Pop,
Jazz, Heavy Metal, Classica, Leggera ecc.)
“100
dB SPL Max a 30 metri su 90°” ( I valori qui riportati sono solo un esempio).
Questa è la mia proposta!
Naturalmente questo tipo di caratterizzazione
quantitativa dovrà essere uniformato per tutti agli stessi standard o comunque
alla medesima metodologia di valutazione. Per questo ho voluto dare prima una
veloce panoramica dei parametri che devono essere rispettati in questa
formulazione sintetica.
L’argomento comunque non è ancora esaurito, anzi
molte sono le cose che è necessario per completezza precisare. Purtroppo in
questo numero ho occupato più spazio di quanto dovessi e quindi lo farò nei
prossimi a seguire.
Riferimenti e note.
(1)
Per capirne di più sul dimensionamento potrete leggere una mia breve nota
tecnica "Quegli
sporchi maledetti watts", pubblicato
su ZioShow.it
(2)
È doveroso ricordare da parte mia, che un approccio simile per molti aspetti a
tutta la “problematica” riguardante la distorsione dei sistemi
d’altoparlanti è stato molto prima affrontato e risolto già dal 1981,
inizialmente con l’introduzione della cosiddetta PIM, Potenza Istantanea
Massima, da parte dello I.A.F., Istituto Alta Fedeltà facente capo alla famosa
rivista SUONO.
Ma bisogna soprattutto ricordare che un paio d’anni
dopo, nel 1983, un gruppo di lavoro sempre Italiano facente capo ad Audio Review,
un’altra notissima rivista del settore Hi-Fi, composto da Bo Arnklit, Renato
Giussani, Paolo Nuti, introdusse la MIL e la MOL,
Livello Massimo d’Ingresso e Livello Massimo d’Uscita dei sistemi
d’altoparlanti, due modalità di misura del livello con rappresentazione a
terzi d’ottava in funzione di una data distorsione, che anticipavano di molti
anni quanto adesso in misura minore e più semplificata ci propone l’ing. Goertz e Produktion Partner.
Recentemente nel Novembre 2000, poi, sulla stessa
Audio Review è apparsa, a firma Montanucci, la descrizione di una nuova modalità
di misura che riprendendo parzialmente quelle precedenti è ancora più attuale
e certamente più adatta a rappresentare il reale comportamento dei diffusori ad
alta potenza; la metodologia si riferisce alla Misura di distorsione in
regime dinamico degli altoparlanti o dei diffusori pilotati a valori di
potenza in condizioni reali di utilizzo del sistema.
Un altro caso, purtroppo, per cui posso affermare
”Nemo Profeta in Patria” anche se stavolta non si tratta d’esterofilia, ma
soltanto dell’obbiettiva difficoltà nel settore professionale in Italia, che
non è fatto di grandi numeri e fatturati, di far nascere una struttura tecnica
libera, affiancata ad una rivista di settore, capace di eseguire costose misure
come quelle citate. Dobbiamo accontentarci quindi, per il momento, di quello che
“passa il convento”, in attesa di qualche reazione da chi potrebbe trovare
interesse a cambiare in meglio le cose.
(3)
Ho già parlato di questo argomento sul numero 14 di S&L del Dicembre ‘98,
al quale rimando per ulteriore informazione.