ACUSTICA, PSICOACUSTICA,
TECNOLOGIE AUDIO e DINTORNI


Articolo pubblicato sulla rivista Sound & Lite
di Maggio 2002 e sul portale ZioGiorgio.it

di Guido Noselli (fax 030/3580431 - posta elettronica guidonoselli@outline.it)

IMPIEGO E "SETTAGGIO" DI UN SISTEMA 
DI SONORIZZAZIONE PROFESSIONALE  
- frequenze basse -

IV PARTE
di Guido Noselli

 

Ho lasciato i lettori della puntata precedente con una frase che, forse, per la gran maggioranza di loro esprime un concetto nuovo o in ogni modo poco conosciuto. La frase riguarda il comportamento definito di "Piston Band" dei sistemi per basse frequenze con riferimento a più sorgenti funzionanti contemporaneamente accoppiate. La definizione di “Piston band” riferita ad un altoparlante, non necessariamente solo per i bassi, si attribuisce alla banda di frequenze in cui tale altoparlante ha un comportamento simile in tutto e per tutto a quello di un pistone, un disco rigido, che si muove uniformemente senza deformarsi ed avendo per questa ragione una risposta piatta e regolare. Facendo uno sforzo di fantasia possiamo immaginare l’altoparlante di un dato diametro come una sorgente di dimensioni finite formata da un gran numero di piccole sorgenti infinitesimali che nella cosiddetta “Piston Band” vibrano in fase e con identica velocità ed ampiezza.

Non rimane che definire numericamente questa “Piston Band” o banda di frequenza in cui il comportamento di un altoparlante è assimilabile a quello di un pistone ideale.

In altre parole dobbiamo trovare fino a quale frequenza il comportamento è tale. Non ritengo qui per questioni di spazio di spiegare in dettaglio perché ad una data frequenza non si ha più il comportamento a pistone. Vi basti sapere che tale comportamento cessa perché si determinano cancellazioni d’energia emessa dall’altoparlante a partire dalla frequenza avente lunghezza d’onda più piccola rispetto alle dimensioni del diaframma vibrante.

La frequenza in questione è definita anche “frequenza normalizzata”, la più alta alla quale si verifica una somma coerente d’energia, e si calcola con la semplice formula seguente: c/2pr, dove

 

C = velocità del suono in aria = 344 m/sec a 21° C

r = raggio del pistone (pistone inteso come diaframma effettivo in movimento dell’altoparlante)

 

Per fare un esempio calcoliamo la frequenza normalizzata di un altoparlante a cono da 38 cm di diametro nominale. Un tale altoparlante ha un diametro effettivo vibrante, senza considerare una buona parte delle sospensioni, di circa 33 cm corrispondenti a 0,33 m ed un raggio quindi di 0,165 m

 

344 / 6,283 x 0,165 = 344 / 1,0366 = 331,854 Hz

 

La frequenza normalizzata dell’altoparlante quindi è di circa 332 Hz. Dopo tale frequenza l’altoparlante non funziona più in perfetto regime di pistone ma gradatamente si cominciano a generare cancellazioni d’energia che in pratica ne rendono sempre più direttiva l’emissione a mano a mano che sale la frequenza riprodotta. Guardando alla formula, inoltre, è facile notare che aumentando il diametro del pistone (diaframma effettivo vibrante) più bassa proporzionalmente sarà la frequenza normalizzata.

Se questa caratteristica vale per un singolo altoparlante, analogamente vale per più altoparlanti funzionanti insieme, come avviene nel caso di gruppi d’altoparlanti per frequenze basse di cui ci occupiamo in questa serie d’articoli. Infatti, un dato numero di singoli altoparlanti a radiazione diretta accoppiati a formare una dimensione finita, pilotati opportunamente perché ogni singola unità possa vibrare in fase e con identica velocità ed ampiezza, possono essere considerati come un singolo pistone operante nella propria “Piston Band” che funziona in tale “regime” sino alla sua “frequenza normalizzata”.

Possiamo dire quindi che un gruppo d’altoparlanti o di sistemi d’altoparlanti si comporta come un singolo sistema d’altoparlanti funzionante in “Piston Band” sino alla “frequenza normalizzata” determinata dalla lunghezza d’onda corrispondente alla circonferenza del cerchio al cui interno giacciono tutti i singoli altoparlanti (anche quelli più lontani tra loro). Vedi Fig. 1

 

 

CALCOLO DELLA FREQUENZA NORMALIZZATA RIFERITA ALLA DIMENSIONE DELL’ARRAY


          c/2pr

 

  Fig. 1                                                  

 

 

Questa particolare condizione per un gruppo d’altoparlanti, implica un vantaggio in termini di “mutual coupling” (scambio, sostegno reciproco) sia in termini d’energia radiata, somma delle singole energie, sia in termini di minima frequenza utile riprodotta dal sistema nel suo complesso. Tale frequenza scende ad ogni raddoppio del numero degli elementi che lo compongono. Ad esempio: consideriamo un subwoofer che abbia una banda utile riprodotta già a cominciare da 40 Hz, accostiamone due unità pilotate in parallelo in modo che si realizzino le condizioni di “mutual coupling” e quindi che la frequenza normalizzata sia abbastanza alta rispetto alla banda che il subwoofer riproduce. Misurando la risposta complessiva sarà possibile vedere che il livello sonoro alle frequenze contenute nella “Piston Band” si alzerà di 6 dB e la frequenza utile più bassa scenderà a circa 28 Hz dai 40 iniziali. Anziché misurare è possibile trovare teoricamente e validamente il valore della nuova frequenza utile semplicemente moltiplicando il valore originario per 0,707; naturalmente questo calcolo darà risultati in linea con le misure se si realizzano nelle condizioni d’accoppiamento descritto; oltre la frequenza normalizzata, quest’effetto sarà perso gradualmente e quindi di là di una certa dimensione dell’array la frequenza più bassa utile non si ridurrà ulteriormente.

In compenso, sopra la frequenza normalizzata comincerà ad aver luogo un effetto che nel “sound reinforcement” è utile ed auspicabile: “l’aumento graduale della direttività”. Anche quest’effetto non sarà utile tout court perché a mano a mano che la frequenza riprodotta salirà oltre quella normalizzata, da un’iniziale omogenea distribuzione d’energia in una direzione preferenziale avrà luogo una disomogenea distribuzione in direzioni non volute né desiderabili a causa dei lobi d’emissione secondaria che appaiono via via più evidenti più ci si allontana dalla frequenza normalizzata.

Evidenziato quanto sia importante questo fenomeno, nelle simulazioni che seguiranno, verificheremo il suo effetto su sistemi di riproduzione per basse frequenze essenzialmente dal punto di vista della direttività e capiremo quanto sia conveniente formare array aventi una certa dimensione o geometria piuttosto che un'altra per ottenere, anche a bassa frequenza, quella dispersione che più desideriamo o riteniamo adatta alle nostre esigenze di sonorizzazione.

Prendiamo ancora il nostro subwoofer Outline Victor Live come unità base per la creazione dei nostri array. Nella figura qui sotto, continuando coerentemente con la logica dell’articolo precedente, componiamo un gruppo formato da due unità affiancate orizzontalmente, come tante volte molti di voi certamente si sono trovati a fare in tante situazioni.

 

     Fig. A2hs                                                                      Fig. A2hsP

 

                                

 

 

Il gruppo così composto ha dimensioni esterne quadrate 110 x 110 cm, anche nel caso in cui sovrapponessimo orizzontalmente le due unità anziché accostarle. Perciò dal punto di vista della direttività, date le frequenze riprodotte, non c’è alcuna differenza, nonostante, invertendo piano orizzontale e piano verticale, le distanze tra gli altoparlanti, in sostanza posizionati a matrice, siano leggermente diverse rispetto all’asse di misura.

 

 

Fig. A2hsP50                                                                                        Fig. A2hsG50

 

                           

 

 

A  50 Hz anche questa sorgente è praticamente omnidirezionale come potevamo aspettarci date le dimensioni ancora molto contenute rispetto alla lunghezza d’onda della frequenza riprodotta. Si vede in entrambi i diagrammi polari e nel Globo. Il sistema dunque funziona a questa frequenza come un pistone perfetto.

 

 

Fig. A2hsP80                                                                                       Fig. A2hsG80

 

                                            

 

A 80 Hz la situazione non cambia, il sistema è quanto mai omnidirezionale. La posizione dei sub accostati è la migliore dal punto di vista dell’accoppiamento (mutual coupling) se si confronta con quella mostrata nell’esempio dell’articolo precedente in cui, sovrapponendo i sub, anziché accostandoli, a questa frequenza, l’aumento di direttività era già molto evidente.

 

 

Fig. A2hsP125                                                                                      Fig. A2hsG125

 

                           

 

 

A 125 Hz s’incomincia ad intravedere un leggerissimo incremento di direttività su entrambi i piani con una leggera prevalenza per il piano orizzontale, curva blu, perché la distanza tra gli interassi degli altoparlanti montati nei sub è leggermente più grande. Il programma, che fa calcoli precisi, riesce ad evidenziare graficamente questa differenza che probabilmente nessuna misura rivelerebbe.

 

 

Fig. A2hsP200                                                                                      Fig. A2hsG200

 

                           

 

A 200Hz finalmente si vede nettamente che, su entrambi i piani, incomincia ad aumentare la direttività, e ancora di più si nota la differenza tra loro per via del diverso interasse degli altoparlanti sui baffles. Siamo sopra di poco della Frequenza Normalizzata e quindi del regime di “Piston Band” ma ben lontani dalla frequenza alla quale cominceranno ad insorgere gli indesiderati lobi secondari.

Certamente questa configurazione, due sub affiancati, consente di riprodurre le frequenze basse ed ultra basse in modo in pratica omnidirezionale nella banda d’utilizzo con un funzionamento simile alla teorica “sfera pulsante”. Questa caratteristica nella sonorizzazione professionale è in genere poco o niente gradita per tante ragioni che tutti conoscono, tra le quali non ultima il problema del cosiddetto “rientro sul palco” d’energia a bassa frequenza, che maschera spesso bande di frequenza importanti ai fini dell’intelligibilità del suono riprodotto dal resto del sistema di sonorizzazione.

Ricordando ancora una volta l’utilizzo delle due unità sovrapposte possiamo quindi renderci conto che quella soluzione presentava una figura di dispersione, sebbene non risolutiva, certamente più favorevole ad un contenimento nella direzione desiderabile delle basse frequenze.

Per ora ci fermiamo qui, ma andremo presto avanti negli esempi con un’altra configurazione che prevede l’impiego di quattro unità dello stesso tipo affiancate e sovrapposte allo stesso tempo, in modo da tenerle più strette possibile ed evitare fino alla frequenza più alta possibile, pur raddoppiando la dimensione della sorgente, l’insorgenza di lobi secondari.