ACUSTICA,
PSICOACUSTICA,
TECNOLOGIE AUDIO e DINTORNI
di Guido Noselli (fax
030/3580431
- posta elettronica guidonoselli@outline.it)
Mi
sono trovato innumerevoli volte, nella mia ormai lunga carriera, vissuta nel
settore audio, in quello "Hi-Fi" prima, da molti anni poi in quello
professionale, a dover ascoltare in un grandissimo numero di locali di pubblico
intrattenimento, come le discoteche, impianti audio dai suoni sgradevoli,
caratterizzati da distorsioni altissime e sbilanciamenti tonali a dir poco
"pazzeschi" nonostante il loro pregio ed il marchio spesso roboante
del costruttore, inclusi quelli la cui qualità mi è nota perché ne sono il
progettista.
Per
anni, di questo dato di fatto, tuttora perdurante, me ne sono fatto una ragione,
attribuendone la causa, al tipo specifico di "operatori tecnici ed
artistici", quelli operanti nelle discoteche, che utilizzano attrezzature
audio senza avere, da un lato alcuna conoscenza delle problematiche che stanno
al monte del loro buon funzionamento, dall'altro, alcuna voglia, o spesso, base
culturale sufficiente, per colmare questa lacuna con l'applicazione personale e
l'umiltà necessaria allo studio dell'elettroacustica e dei fenomeni ad essa
connessi.
Purtroppo,
con grande sconforto, mi sono accorto, negli ultimi anni, che tutto quanto di
negativo pensavo potesse essere attribuito solo ad una parte minore del settore
ben più vasto dell'audio professionale, è in realtà estremamente
generalizzato e presente a tutti i livelli, anche quelli più alti e più ambiti
dagli operatori del settore, giungendo all'amara conclusione che la stragrande
maggioranza di quest'ultimi è convinta, che il semplice fatto di poter sentire
la musica, perché in possesso di due padiglioni auricolari (non sempre in
perfette condizioni), dia loro il diritto di proclamarsi esperti o sparare
giudizi, sulla base di beceri luoghi comuni, o di personali sensazioni, quasi
sempre non motivate le une o giustificati gli altri, non riuscendo tuttavia, a
trovare nel loro vocabolario le parole o gli aggettivi utili a descriverle
nemmeno nella loro lingua madre.
Ho
sentito profferire, infatti, parole insensate, neologismi incredibili, coniati
spudoratamente, con enorme faccia tosta di fronte ad interlocutori ignoranti,
frasi sconnesse, composte da termini contraddittori per il loro stesso
significato, usate per descrivere lo stesso evento sonoro, e non so quante altre
"stronzate".
Le
ho ascoltate e le ascolto ancora, spesso in silenzio, forse illudendomi che alla
lunga, la concorrenza, il miglioramento dei prodotti presenti sul mercato, la più
chiara e più presente informazione tecnica, la sempre più facile comunicazione
dei nostri tempi, si riveleranno fattori di maturazione degli operatori del
settore: dai "tecnici", che dovrebbero sapere come si maneggiano,
facchinaggio incluso, le apparecchiature audio per evitare problemi
indesiderati, ai grandi artisti, che dovrebbero saper ascoltare e valutare la
qualità della loro produzione "con l'orecchio" che dicono di
possedere (e che molti di loro effettivamente possiedono), senza condizionamenti
esterni, ad arte utilizzati da alcuni personaggi senza scrupoli, come leva sul
senso d'insicurezza del quale essi sono prigionieri, per il continuo stressante
impegno di piacere al pubblico.
E'
con questo spirito, nel quale per ora è ancora preponderante la combattività,
derivante da una gran passione per il mio lavoro, che mi accingo a scrivere,
oltre a questo articolo, gli altri a seguire, ricominciando a trattare di
argomenti che qualcuno troverà magari banali o pleonastici ma che i più, sono
convinto, scopriranno di grande utilità.
Poiché
questa rivista si rivolge ad un pubblico essenzialmente d'operatori dello
spettacolo "live", lo scopo che mi propongo, nella più semplice forma
possibile, è di chiarire, con questa serie d'articoli, le regole di base per
ottenere un funzionamento, quanto meno decente, del proprio impianto di
sonorizzazione o di cosiddetto rinforzo del suono.
Per
"regole di base" non intendo tutto ciò che attiene alla teoria
Acustica o Elettroacustica, ma proprio quelle "cose" che materialmente
sono da fare. Il farle, più o meno bene, comprendendone o no la motivazione e,
quindi, l'effetto più o meno positivo che esse possono avere sul funzionamento
dell'impianto, implica in ogni caso la conoscenza più o meno approfondita delle
materie citate, e , quindi, non esime chi vuole effettivamente ottenere
prestazioni elevate da un impianto di sonorizzazione, dallo studiare
approfonditamente la teoria.
Solamente
chi sa applicare nella realtà i concetti espressi nella teoria, sapendo
discernere tra i compromessi che sempre questo comporta, avrà trovato la chiave
per svolgere ai massimi livelli il proprio lavoro ottenendo risultati finali
oggettivi e di qualità superiore.
A
questi pochissimi eletti, che purtroppo non posso annoverare tra le
frequentazioni abituali, le mie future dissertazioni "tecniche"
potranno forse apparire troppo semplificate. Ma sono convinto che sarò
ampiamente anche da loro giustificato, se, attraverso il mio lavoro di
divulgazione, anche un solo "tecnico" avrà potuto avviarsi seriamente
a trovare quella famosa "chiave" di cui tutti dovrebbero essere
dotati, in un settore dove la reale professionalità è di solito calpestata
dall'arroganza e dalla presunzione.
Per
raggiungere lo scopo annunciato ho deciso d'anticipare sulle pagine di questa
rivista molti degli scritti che sto raccogliendo in un "Manualetto
tascabile per il tecnico del suono e dintorni", che, tempo permettendo, vedrà
la luce alla fine di questa serie d'articoli, di cui riferirò anticipatamente
gli argomenti, in modo tale da obbligarmi a seguire un filo logico e non
rischiare il fuori tema.
Semplificando
al massimo, un sistema di sonorizzazione può essere schematizzato immaginando
l'esistenza di uno spazio all'aperto o al chiuso, di un oratore o cantante, di
un microfono, di un altoparlante, di un ascoltatore.
Questi cinque elementi essenziali hanno un ruolo
determinante nel funzionamento dell'impianto di sonorizzazione, interagendo nel
processo di generazione, trasmissione e percezione del suono. Semplificando
anche la "scaletta", il primo argomento da affrontare è riferito ai
microfoni e a tutto quanto è riconducibile al loro impiego; seguiranno gli
argomenti riferiti ai sistemi d'altoparlanti e relative elettroniche; da ultimo,
com'è ovvio, tutto ciò che riguarda l'interazione del sistema di
sonorizzazione con l'ambiente circostante in riferimento all'ascoltatore.
"Microfoni
per sistemi di sonorizzazione e di rinforzo del suono professionali"
I microfoni e la ripresa della sorgente.
In tutti, o quasi i sistemi di
sonorizzazione professionale, compreso il vostro, gran parte delle sorgenti
sonore di un programma inizia con un microfono.
Bene!
La prima cosa da fare, non appena i microfoni sono piazzati al loro
posto, è di ascoltare in una cuffia d'alta qualità, isolante dall'esterno, i
suoni che essi catturano ed immettono nel mixer, prima ovviamente di qualunque
correzione, osservando anche il VU del canale cui sono connessi per valutarne
l'intensità.
Vi accorgerete che in molti casi
gli strumenti musicali o gli artisti non sono correttamente "microfonati",
a tal punto che altri suoni indesiderati e imprevedibili sono immessi nel vostro
sistema, ed inoltre, non prima di aver provato a cambiare la posizione del
microfono o il microfono stesso con un altro di tipo diverso, avrete modo di
confrontare il suono reale dello strumento ed eventualmente correggerlo sino a
sentirlo in cuffia il più fedelmente possibile.
Una questione importante: "Che microfono devo
usare?"
Certamente questa è una domanda
ricorrente.
Molti anni fa, per una serie di
ragioni tecniche che ora non starò ad approfondire, esistevano schemi
abbastanza rigidi nell'utilizzo dei diversi tipi di microfoni per le diverse
necessità di ripresa. Oggi, grazie agli enormi progressi nella tecnologia di
costruzione dei microfoni, tali schemi potrebbero tutt'al più servire come
traccia per cominciare. Io non ve ne parlerò perché sono convinto che non
esistono schemi precostituiti, ma che valga solamente la regola che il
microfono giusto è quello che messo alla prova darà i migliori risultati, semplicemente,
indipendentemente dalla sua tipologia e peculiarità di costruzione, la qual
conoscenza, anche superficiale, può essere di qualche aiuto nella scelta.
Tipologie di base maggiormente utilizzate.
Microfono DINAMICO a bobina mobile.
Questo tipo di microfono possiede
un diaframma, che, sollecitato dalla fonte sonora, muove una bobina, rigidamente
connessa e all'interno di un campo magnetico, per generare un segnale elettrico.
I microfoni dinamici non
richiedono alcuna energia e sono probabilmente, tra tutti, i microfoni più
solidi. Quest'ultima qualità, oltre alle ottime doti, in riferimento alla buona
risposta in frequenza e alla scarsa attitudine alla saturazione per eccesso di
segnale, ne fanno anche ai nostri giorni i microfoni più utilizzati per la ripresa sonora ravvicinata del "vocalizza",
per la ripresa della cassa di una batteria, di chitarre acustiche e amplificate
o di chitarra basso amplificata.
Microfono a CONDENSATORE.
Questo
tipo di microfono con il diaframma che, oltre a ricevere le vibrazioni sonore,
è esso stesso uno degli elementi del condensatore, richiede internamente una
semplice elettronica e quindi un'alimentazione a batteria interna o come
solitamente avviene un'alimentazione che arriva dal mixer attraverso gli stessi
cavi che portano il segnale (per questo detta "fantasma").
I microfoni di questo genere
sembrano essere più sensibili, tanto da catturare maggiori dettagli rispetto ad
altri tipi, ma per questa ragione intrinsecamente più delicati, anche per la presenza
di un maggior numero di parti che li compongono.
Per queste loro peculiarità vengono molto usati in ambienti con poco
rumore di fondo e "senza rischio ambientale" come gli studi di
registrazione dove è possibile trarne il meglio.
Sono certamente più fragili dei
dinamici, e per molto tempo non sono stati usati nel settore del rinforzo sonoro
"live". Oggi invece la tecnologia ha reso possibile un grande
miglioramento della loro robustezza ed affidabilità, per cui numerosi tipi, di
marche diverse, sono utilizzati, con successo nella ripresa in concerto di
"vocalist", strumenti a corda, ottoni, pianoforti, strumenti a
percussione ecc. pur richiedendo una maggiore cura per la loro "incolumità".
E' interessante piazzare vicini, per "microfonare" la stessa
sorgente, un microfono dinamico ed uno a condensatore, e poi sentire la
differenza "panpottandoli" in cuffia. Questa semplice azione risulterà
molto istruttiva. Vi accorgerete innanzi tutto della diversa sensibilità che
dovrete correggere con il guadagno all'ingresso del mixer e della rimarchevole
differenza di linearità di
Microfono dinamico a NASTRO.
Variante
del tipo dinamico, questo microfono possiede un diaframma corrugato, teso tra
due poli di un magnete permanente. La configurazione del diaframma rende il
microfono molto adatto a vibrare alle
frequenze basse, conferendogli la caratteristica peculiare di aggiungere al
suono catturato il calore che solo bassi profondi possono dare.
Purtroppo sono molto fragili e
spesso il diaframma, sollecitato con un segnale troppo alto, oppure per qualche
urto al microfono, si rompe facilmente.
Vengono utilizzati, quindi, per
situazioni tranquille, come il parlato in studio o per la ripresa, a distanza
adeguata, di alcuni strumenti a fiato. Anche di questa tipologia, oggi, esistono
modelli abbastanza robusti da essere impiegati in situazioni "live",
con maggior cura in ogni caso di quelli dinamici.
Per capirne le caratteristiche ed il possibile utilizzo vale il
suggerimento che già ho dato per gli altri tipi: il confronto diretto con
ascolto in cuffia.
In conclusione, per utilizzare il
microfono giusto nel posto giusto è necessario ascoltare con calma le
differenze, provandoli con tutte le possibili sorgenti sonore, incluse voci
differenti, maschili o femminili, alte o basse ecc. con il semplice ed efficace
metodo suggerito più sopra. In questo modo potrete determinare quali sono i
modelli ed i tipi che riproducono il suono più adatto, imparando
contemporaneamente a conoscere i suoni di tutte le sorgenti riprese e le
peculiarità udibili di ogni microfono, prerequisiti assolutamente necessari,
oltre ad altri, se si vuole imparare a "mixare" correttamente.
Una massima (non ricordo ora di
chi) vi deve restare in mente:
FEEDBACK con il sistema di sonorizzazione.
Imparato a scegliere i microfoni
adatti per timbrica e sensibilità, subito si presenta un'altra questione
importante, spesso un problema difficile da risolvere al meglio.
La reazione acustica,
"feedback", che può innescarsi tra i diffusori ed i microfoni in
funzione.
Avviene che il suono diffuso dagli
altoparlanti ritorna ai microfoni dai quali è partito, formando una sorta di
"circolo chiuso" che presto diventa un'autoscillazione crescente
esponenzialmente d'intensità, fino anche a provocare serie rotture agli
altoparlanti se non viene fermata in tempo.
Molte
possono essere le cause
del "feedback".
La più tipica è l'uso
del microfono sbagliato, come ad esempio il tipo a condensatore, che
possiede un alto guadagno, per "microfonare" sorgenti che di per sé
hanno già un grande livello sonoro, come tamburi, rullante, amplificatore
chitarra basso, chitarra solista ecc.
Un grande livello sonoro alla fonte richiede solo un piccolo guadagno da
parte del microfono.
Altre volte la causa risiede nella
posizione del microfono errata rispetto alla posizione dei diffusori.
Ogni microfono possiede una sua direttività;
quando non è omnidirezionale, cattura il suono secondo un angolo solido
preferito; anche il diffusore possiede una
sua caratteristica direttività. La
scelta del microfono o del suo posizionamento deve tenere conto di queste
intrinseche caratteristiche.
Non usare più microfoni di quelli necessari.
Un'altra causa del "feedback", purtroppo difficile da far sparire, è
il luogo comune, molto diffuso tra i "tecnici", di
utilizzare per la ripresa il maggior numero possibile di microfoni.
Niente può essere più dannoso!
Prima di tutto per problemi di
fase che provocano grandi alterazioni timbriche.
Quando lo stesso segnale arriva a
due o tre microfoni in tempi diversi perché posti a distanze diverse, avviene
uno spostamento di fase (phase shifting) dei segnali che provoca
terribili interferenze, che possono ad esempio provocare lo smorzamento dei
bassi, annullare i medi, ecc.
Questo è un problema spesso ignorato che provoca "grandi
danni", acusticamente parlando.
Un'altra importante ragione, per
usare il numero di microfoni strettamente necessario, consiste nel semplice
fatto che più microfoni aperti, che captano lo stesso segnale, regolati allo
stesso livello, faranno aumentare il guadagno di 3 dB ogni microfono aggiunto, quindi, per evitare il "feedback" precoce si dovrà allo stesso modo
attenuare tutto il sistema di 3 dB in 3 dB.
Come stabilire il numero di microfoni sufficienti?
Intanto ogni cantante solista avrà
il suo microfono.
Un gruppo, di "vocalist"
o di strumenti, invece, può essere "microfonato" anche utilizzando
solo due o tre microfoni ad una certa distanza. Oppure se si vogliono mettere i
microfoni vicino ai singoli strumenti del gruppo o ai singoli coristi, ne servirà
un maggior numero.
Nel primo caso il vantaggio sarà
di non rischiare il "feedback" inutilmente, mentre lo svantaggio sarà
quello di una perdita dei dettagli, dovuta al fatto che pochi microfoni devono
captare un maggior numero di singoli strumenti o voci senza che se ne possano
gestire e correggere le caratteristiche separatamente.
Nel secondo caso probabilmente il
feedback diverrà meno gestibile, anche abbassando il livello generale, mentre
la qualità e il dettaglio della ripresa microfonica del gruppo potrà aumentare
decisamente, ammesso che il "tecnico" sia in grado di bilanciare
livelli e toni dei tanti microfoni aperti minimizzando le interferenze
distruttive tra loro.
Molti "tecnici" si
cimentano in questa difficilissima pratica restandone spesso delusi.
Il "missaggio" infatti
diventa molto più difficile e sarà impossibile evitare alterazioni timbriche
udibili dovute a cancellazioni di fase. Io sono convinto che il suono non potrà, quindi, essere molto meglio di quello ottenuto con pochi microfoni.
Anche in questo caso, dunque, per
trovare il giusto compromesso, che consiste
nell'usare il numero di microfoni strettamente necessario, è fondamentale
provare e riprovare sul campo cosa avviene sostituendo microfoni e cambiandoli
di posizione, ricordando che nel dubbio è meglio levare che aggiungere.
Accertasi che i microfoni siano in fase
Uno dei problemi più grandi, nel
caso dell'utilizzo di un gruppo o gruppi di microfoni consiste nella
cancellazione del segnale per inversione di polarità. Come nei diffusori, a
spostamento contemporaneo delle membrane in una direzione, deve corrispondere
una tensione elettrica dello stesso segno per tutti i microfoni. Microfoni
non collegati in fase provocheranno grandi differenze timbriche tutte le volte
che installerete l'impianto per un performance, per la semplice ragione che
queste interferenze avverranno a frequenze diverse a seconda delle distanze
reciproche a cui ogni volta piazzerete questi microfoni.
Una semplice pratica per evitare
questo spiacevole fenomeno consiste nel prendere un microfono marcandolo come
referenza e controllare che gli altri siano con esso "sincronizzati".
Basta affiancare al microfono
campione via via gli altri in prova, verificando che ogni volta, aprendo insieme
i due microfoni, il livello sonoro aumenti.
Ovviamente questa sincronizzazione
dei microfoni, consistente nel fatto che ad uno spostamento in una data
direzione della membrana deve corrispondere una tensione di segno eguale al
campione per tutti i microfoni utilizzati, è possibile se la loro connessione
è del tipo bilanciato a bassa impedenza.
Lo spazio per questo numero della
rivista è finito; rimando quindi il lettore alla prossima uscita, nella quale
l'argomento trattato riguarderà ancora i microfoni ed il loro utilizzo.