APPENDICE 'B'
XIII CONGRESSO SILB 1992
("...............IL SUONO IN DISCOTECA").
Guido Noselli, OUTLINE.
Introduzione.
Anche quest'anno in occasione del XIII congresso SILB ho il piacere di partecipare in modo attivo allo svolgimento dei lavori cercando, con il massimo impegno, di sviluppare argomenti di cui mi occupo quotidianamente per passione e professione.
Il massimo impegno è d'obbligo per lo sforzo continuo nel semplificare l'esposizione e facilitare attraverso il linguaggio meno tecnico possibile, la comprensione da parte dei non "addetti ai lavori" degli argomenti trattati; ma in ogni modo tale impegno è ben piccolo rispetto alla continua gratificazione che esso comporta, consentendomi di approfondire temi che mi hanno interessato sin dall'adolescenza.
Ringrazio quindi di cuore gli organizzatori per avermi offerto ancora una volta l'opportunità, in un consesso così vasto ed importante, di dare il mio modesto contributo a creare interesse intorno ad una materia che mi è tanto cara, l'ACUSTICA, nella più vasta accezione del termine, ed in particolare dei fenomeni connessi alla riproduzione musicale.
Detto questo veniamo al significato del convegno di quest'anno, almeno come io l'intendo.
Orientamenti, regole, responsabilità.
Queste parole ben sintetizzano il momento d'incertezza che sta attraversando il mondo delle discoteche e dell'intrattenimento in genere, (anche riguardo al mio specifico campo di conoscenza); ma altrettanto bene esse, inserendosi con ovvietà in una frase compiuta del tipo "chiedere riforme delle leggi, applicando le regole con il massimo senso di responsabilità, secondo gli orientamenti emersi dal confronto costruttivo con le istituzioni e tutte le parti in causa", dimostrano di contenere in se indicazioni precise sulla strada da percorrere per il superamento dei problemi attuali.
Dal congresso d'Alghero al congresso di Spoleto.
Per entrare nel vivo della mia relazione è inevitabile riallacciarsi a quanto già detto ad Alghero lo scorso anno, approfondendo alcuni argomenti allora soltanto accennati.
Al di là delle argomentazioni prettamente tecniche in quell'occasione esposte, è stato detto con chiarezza che l'applicazione delle leggi sull'inquinamento da rumore andava affrontata tenendo conto dei diritti di tutti, come avviene in ogni stato democratico, ma anche con la massima responsabilità da parte di tutti, soprattutto degli imprenditori della discoteca, che avevano ed hanno il dovere etico di rendersi esecutori e garanti delle regole, per non essere assoggettabili a critiche di fronte alle istituzioni ed alla pubblica opinione.
Questo comportamento, per l'esperienza che a tutt'oggi ho potuto fare, è stato attuato in misura non adeguata, per usare un eufemismo, da un numero sicuramente non sufficientemente rappresentativo dell'intera categoria, soprattutto nei riguardi dell'applicazione della legge 277/91 sulla tutela della salute dei lavoratori dipendenti.
Le mie parole, potranno sembrare dure ma è inevitabile che qualcuno le pronunci, se si vuole chiarezza e, attraverso la presa di coscienza delle proprie responsabilità, autorevolezza nel chiedere o proporre riforme alla controparte, qualunque essa sia.
Se da un lato, infatti, gli imprenditori dello spettacolo hanno applicato solo in parte o per niente le leggi, dall'altro le istituzioni, spinte anche con intenti malcelati da gruppi di pressione, che non ho difficoltà a definire "avanzi di una mentalità retrograda e di un perbenismo bigotto di facciata", si sono arrogate il diritto di limitare la libertà di un gran numero di persone, imponendo l'applicazione di una normativa basata su dati statistici non strettamente inerenti l'attività della categoria da cui si pretenderebbe l'applicazione.
Alla ricerca dei parametri adeguati di valutazione dell'impatto del suono anziché del rumore sull'essere umano.
Le leggi promulgate, infatti, trovano il loro "background" tecnico non certo nelle statistiche dei possibili danni all'udito in soggetti esposti all'impatto del suono, e per suono s'intende quel prodotto, direttamente o indirettamente attraverso la riproduzione di registrazioni, da strumenti musicali o dalla voce umana, bensì nell'osservazione e catalogazione di tali possibili danni in quelle persone che sono soggette dall'attività professionale o lavorativa per libera scelta, o tutt'al più in quelle costrette, loro malgrado, a subire l'impatto della rumorosità spesso ossessiva dell'ambiente esterno.
In altre parole le leggi che si sono volute adottare in Italia, come troppo spesso da noi accade, sono purtroppo il passivo e tardivo ( 10 anni dopo rispetto ai paesi più avanzati ) adeguamento alle più restrittive in assoluto tra le normative emanate in campo internazionale ed europeo.
L'aggravante di tutto questo "zelo dell'ultima ora" consiste nel voler applicare pedestremente a settori di attività come il nostro, senza verificarne con opportuni approfondimenti e ulteriori ricerche la validità, normative che dal punto di vista tecnico derivano da studi e ricerche condotte, soprattutto nei paesi più industrializzati, sui problemi causati all'udito nei lavoratori di fabbriche rumorose o di persone esposte a rumori di elevato livello, in aree solitamente di tipo metropolitano e ad elevata concentrazione di attività umane.
Utilizzo di statistiche antecedenti il fenomeno discoteca.
Si è dimenticato, ammettiamo pure in buona fede, che tutte le normative, più o meno adottate in tutto il mondo, sono basate su ricerche e statistiche condotte in epoche in cui la discoteca così come oggi la conosciamo non esisteva neppure.
Nessuno, per quanto mi risulta, ha tenuto conto, nella formulazione delle normative citate, di ricerca psicoacustiche, che pure si fanno da decenni, sugli effetti del suono sugli esseri umani e quindi sulle inevitabili differenze che esistono rispetto l'impatto subito dall'orecchio, sottoposto ad elevati livelli sonori prodotti nell'ambito della riproduzione musicale piuttosto che, ad esempio, dal rumore del macchinario pesante di una fabbrica in funzione.
Come valutare, infatti, il grande piacere ricavato dall'ascolto di un'orchestra sinfonica in un "auditorium" con i suoi 100 e più decibel di livello sonoro, piuttosto che l'enorme fastidio provocato dal rumore del "clackson" di un'automobile con gli stessi 100 decibel di intensità?
Voglio ricordare che per definizione "il rumore è qualunque vibrazione che risulta in qualche modo sgradevole all'essere umano".
Ne risulta che il suono, per contrapposizione, genera vibrazioni gradite all'orecchio e quindi come tali molto più tollerabili anche a livelli ritenuti solitamente molto elevati.
Con queste premesse mi sembra inequivocabile che ancora molto c'è da fare nell'accertamento della validità dei criteri di valutazione oggi adottati riguardo tali livelli sonori.
Moltissimo inoltre nell'individuazione scientificamente inoppugnabile dei presunti danni psicofisici di cui soffrirebbero gli assidui frequentatori delle discoteche e che alcuni attribuiscono ad una prolungata esposizione ad alti livelli sonori.
Ricerca imparziale di nuovi indici di tollerabilità al suono.
Detto questo, a me sembra inevitabile che la categoria solleciti a gran voce, e con tutta la capacità contrattuale che possiede nei confronti delle istituzioni, una ricerca organica, condotta con mezzi idonei ed adeguati, anche a costo di una contribuzione diretta ai costi, volta ad individuare con chiarezza i limiti di tollerabilità dell'orecchio umano al "suono" non già al rumore: tale ricerca dovrebbe essere svolta da un gruppo di professionisti riconosciuti, scelti con criterio di equità tra le parti interessate.
Questo è quanto, mi auguro, si riesca a fare per risolvere la controversia in atto sui problemi da inquinamento acustico; argomento che rischia di diventare un veicolo per la restaurazione di vecchi preconcetti, cari ad una categoria di persone che sono avvezze ad esorcizzare i propri sensi di colpa scaricando su altri le responsabilità dei propri insuccessi.
Scarsa considerazione della necessità dell'applicazione della normativa contro l'inquinamento da rumore.
Questo augurio, sono convinto, è condiviso da tutti gli imprenditori del settore, ma rischia di rimanere tale e di non trasformarsi in fatti materiali proprio perché gli stessi imprenditori, in larga misura, ne allontanano la concretizzazione con un comportamento tipico di una certa italianità, ed un atteggiamento che riesce a relegare nell'oblio ogni responsabilità personale, come se essa riguardasse altri, rifiutando, di fatto, il riconoscimento oggettivo dell'esistenza di una legge che va applicata, e di un problema che va risolto.
Ho già riferito, in apertura di questa relazione, della mia esperienza diretta riguardo ai comportamenti dei proprietari di locali.
Dopo il congresso di Alghero, infatti, ho avuto modo di occuparmi personalmente dell'analisi e relativa valutazione delle misure effettuate in una quarantina di locali sparsi nel nord Italia, volte ad individuare la necessità di eventuali interventi correttivi in obbedienza ai limiti massimi imposti sia dal decreto ministeriale del 15 Marzo 1991, riguardante l'inquinamento da rumore nei confronti dell'ambiente abitativo e dell'ambiente esterno, sia dal successivo decreto legislativo N. 277 del 15 Agosto 1991 emanato a tutela dei danni da esposizione al rumore dei lavoratori dipendenti.
Ho avuto modo anche di verificare l'applicazione degli stessi correttivi, se necessari, da parte del titolare del locale o l'effettiva intenzione di adottarli a breve scadenza.
Devo aggiungere inoltre che, oltre a questo, ho avuto l'opportunità di venire a conoscenza attraverso la capillare organizzazione Outline, dello stesso tipo di valutazioni effettuate da altri esperti e della realizzazione di eventuali correttivi, in tante discoteche sparse su tutto il territorio nazionale, avendo modo così di trovare conferme dei dati già personalmente raccolti.
Alcuni dati da esperienze Outline.
Di seguito riferisco cosa è emerso da questo campione, che io ritengo indicativo e generalizzabile a tutto il settore, almeno sino ad oggi.
1) Quasi tutti i locali ( il 95%- 38 su 40), analizzati prima che effettuassero un qualche intervento, non rispettavano i limiti imposti dalla legge 277/91, seppure quantitativamente in misura diversa, per la diversa ubicazione rispetto alle piste da ballo, dei luoghi dove normalmente operano per la maggior parte del tempo i lavoratori dipendenti (bar, guardaroba ecc.).
2) Molti dei locali (60%- 24 su 40), persino quelli apparentemente ubicati in zone isolate, e comunque tutti quelli con una pista all'aperto, non rientravano nei limiti fissati dalla legge sull'inquinamento dell'ambiente abitativo e quello esterno, e avevano problemi con il vicinato, spesso (70%- 17 su 24) già con presenza di diffide da parte dell'autorità.
3) Pochi (20%- 8 su 40) si sono dimostrati interessati a risolvere il problema alla radice effettuando i necessari interventi di fonoisolamento- fonoassorbimento, e/o adeguando l'impianto suono alle nuove esigenze attraverso la sostituzione dei diffusori con altri maggiormente idonei o modificandone sotto la direzione di un esperto e con controllo strumentale l'installazione: di questi solamente la metà (50%- 4 su 8) ha deciso di effettuare alcuni o tutti gli interventi citati per rientrare nei limiti di legge, convinti dell'importanza di non penalizzare la qualità di riproduzione dell'impianto audio.
4) La maggioranza dei proprietari (80%- 32 su 40) invece si è accontentata a far limitare, spesso drasticamente, attraverso l'installazione di un oggetto denominato appunto "limiter", di cui sono in circolazione diversi tipi e marche, il livello sonoro dell'impianto di sonorizzazione, in modo che, sia all'interno che all'esterno del locale, le misure indicassero, almeno temporaneamente, il non superamento dei limiti delle rispettive leggi, pur accettando uno scadimento consistente delle prestazioni sonore della riproduzione musicale.
La limitazione di tensione, anziché il ridimensionamento della pressione sonora erogata, come rimedio a scapito della qualità sonora dell'impianto e quindi della "qualità totale".
Infatti, nonostante ci sia qualcuno che furbescamente lo pubblicizza come "il toccasana per contenimento del rumore", qualunque "limiter", dal più semplice al più sofisticato, per intrinseco funzionamento, altera in misura diversa secondo il grado di sofisticazione circuitale, la qualità di riproduzione dell'impianto suono, comprimendone, quando interviene, la dinamica che esso è in grado di riprodurre.
Da questo quadro emerge chiaramente che, in generale (90%), i proprietari di una discoteca non avvertono un sufficiente senso di responsabilità nell'applicazione delle leggi attuali, considerandole come un impiccio di scarso peso, da superare utilizzando soluzioni "di basso profilo", che pur tacitando la loro coscienza al minor prezzo possibile, penalizzano ancora una volta la riproduzione della musica, fondamento del concetto stesso di discoteca.
In questo modo essi aggiungono un altro danno ai già costosi danni spesso provocati da installazioni concettualmente errate o da DJ impreparati che, prima di distruggere woofer e tweeter in grande quantità, riescono a far suonare male qualunque sistema sonoro.
Tale comportamento mette in evidenza quanto lontana è ancora la categoria dal fare propria la mentalità necessaria al raggiungimento della "qualità totale", di cui tanto si parla dal congresso di Alghero.
Eppure essa, "la qualità totale", sembra essere l'unica vera arma vincente che gli imprenditori del settore posseggono; l'unica, conciliatrice di opposte esigenze, che consenta di superare indenni questo periodo di incertezze.
Il suo raggiungimento, attraverso un'accurata scelta ed installazione dell'impianto audio ad esempio, porterebbe il vantaggio di elevare consistentemente il livello sonoro fruibile in pista pur senza penalizzazione ulteriore per le persone che vi sono dal lavoro costrette.
Questo si ottiene, oltre che con una disposizione dei diffusori, attenta alla pianta del locale e alla salvaguardia delle necessarie zone d'ombra, contenendo al massimo la distorsione armonica totale, ad esempio, attraverso un corretto dimensionamento o meglio surdimensionamento del sistema di sonorizzazione.
La distorsione, infatti, è percepita dall'orecchio umano come uno sgradevole incremento di pressione sonora: tanto maggiore sarà la distorsione in un impianto suono, tanto più alto sembrerà il volume sonoro prodotto.
Abbassare la percentuale della distorsione (mai totalmente eliminabile) significa poter ascoltare a livelli di pressione proporzionalmente più alti, senza avere la stessa sensazione di incremento del volume sonoro.
Tanto più bassa, quindi, sarà la distorsione, tanto più alta sarà la pressione sonora tollerabile, entro i limiti ovviamente della soglia di udibilità superiore dell'essere umano, sino a quella del dolore fisico (secondo la maggioranza degli esperti 130 dB SPL).
A riprova di questo, vorrei ricordare come senz'altro a tutti sia accaduto di spegnere, od abbassare stizziti, il volume di una piccola radiolina che, per l'alto tasso di distorsione, sembra fare un intollerabile baccano, a dispetto delle dimensioni e della potenza acustica di cui dispone, piuttosto che di un ottimo impianto stereo da casa o d'automobile, che riproduca a livello realistico (oltre i 100 dBA), un buon brano di musica rock, con bassa distorsione.
Dimensionamento e corretta collocazione dell'impianto audio.
Quindi l'impianto di sonorizzazione in discoteca deve essere scelto e dimensionato abbondantemente per il livello sonoro massimo da erogare con la minima distorsione, oltre che per l'ottenimento dell'affidabilità indispensabile nell'utilizzo professionale.
Inoltre la collocazione dei diffusori sonori dovrà essere studiata per assolverne il ruolo, senza diminuirne minimamente il rendimento, attraverso, per esempio, l'interazione con le superfici vicine; anzi proprio attraverso lo sfruttamento controllato di questa interazione da parte del progettista del sistema acustico, quando possibile, si dovrà ottenere addirittura un maggior incremento.
In altre parole tutti gli artifizi possibili dovranno essere utilizzati, da un progettista o un installatore che si rispetti, per ottenere il massimo rendimento dall'impianto di sonorizzazione, paradossalmente in contrasto con il contenimento del livello sonoro voluto dalle leggi, non già allo scopo di superarne i limiti, quanto piuttosto per rispettarli, finalmente nell'ambito di un corretto utilizzo delle attrezzature audio.
Cercherò di chiarire meglio questo concetto, forse a qualcuno nebuloso.
Per farlo si deve partire da un dato di fatto fondamentale che credo sorprenderà tutti, perchè sconosciuto, nonostante ne derivino direttamente o indirettamente la stragrande maggioranza dei problemi audio di una discoteca e nonostante gli sforzi miei e di pochi altri a sostegno della sua divulgazione in ogni possibile sede: il 90% delle discoteche italiane possiede impianti di sonorizzazione sottodimensionati, spesso drammaticamente, rispetto il livello sonoro che sino ad oggi sono stati chiamati a produrre.
Non voglio entrare in profondità nel merito delle ragioni di questo fenomeno, che l'Outline stessa, contribuisce suo malgrado a mantenere in vita perché la concorrenza lo impone, anche se devo affermare che, oltre alla scarsa preparazione di tutti gli operatori, la causa principale risiede negli alti costi di un corretto e adeguato dimensionamento.
Un esempio sarà illuminante senza entrare in dettagli troppo tecnici.
Dati numerici sul dimensionamento dell'impianto audio, e cause oggettive dei guasti occorrenti.
Facciamo l'ipotesi molto reale che per sonorizzare una pista da ballo di 50 mq ottenendo circa 100 dB o dBA di pressione uniformemente distribuita con una qualità sonora media e un grado di affidabilità sufficiente, occorra un impianto di sonorizzazione del valore di 15'000'000 di lire per casse e amplificatori; per alzare il livello di soli 3 dB (da 100 dB a 103 dB), incremento che l'orecchio umano fatica a percepire, occorre raddoppiare l'impianto, o raddoppiarne la potenza, oppure raddoppiarne il rendimento; in ogni caso quasi raddoppiarne il costo, pena lo scadimento della qualità sonora con un aumento della distorsione del 100% e il dimezzamento dell'affidabilità, che diventando insufficiente sarà causa continua di guasti alle attrezzature audio, sempre distruttivi per i componenti elettromeccanici quali gli altoparlanti.
Per ottenere invece quantitativamente la sensazione del raddoppio della pressione sonora, dimensionamento appena sufficiente fermi restando gli altri parametri prima considerati, è necessario un incremento di ben 10 dB: facendo quindi un rapido calcolo, si dovrà decuplicare l'impianto, o decuplicarne la potenza, oppure decuplicarne il rendimento, moltiplicando i costi se non proprio di 10 volte, sicuramente elevandoli dagli ipotetici 15'000'000 ad almeno 100'000'000 di lire.
A complicare ulteriormente la difficoltà nel dimensionamento di un impianto per discoteca, intervengono poi altri fattori prettamente tecnici, di importanza fondamentale, e di cui pochi purtroppo tengono conto, per scarsa preparazione come già ho detto, ma a volte per il freno posto dalla eventuale conseguente lievitazione dei costi.
Uno di questi si chiama "Fattore di Cresta", la cui entità, senza entrare in troppi dettagli, interessa per la valutazione della potenza elettrica fornita agli altoparlanti, in funzione del tipo di segnale musicale ad essi applicato, e quindi per il calcolo del loro dimensionamento.
Basti sapere che la musica per discoteca presenta un basso "fattore di cresta" per la bassa dinamica con cui è incisa e l'alto volume con cui è riprodotta.
Questo fatto, provoca il massimo sfruttamento della tenuta di potenza elettrica dell'altoparlante, a volte sino alla sua rottura, che avviene tanto più spesso tanto più l'amplificatore che lo pilota, pur dimensionato di pari potenza, è fatto funzionare in regime di" clipping" oltre la soglia della potenza indistorta che è in grado di erogare.
In questo caso diventando il "fattore di cresta" uguale a "1", significa, ad esempio, che un amplificatore ipotetico da 100 watts al quale è collegato un altoparlante da 100 watts, poiché funziona in regime di "clipping" ne eroga 200 causandone facilmente la rottura.
L'altro fattore, in stretta interdipendenza, si chiama "Power Compression", letteralmente compressione di potenza, e definisce una particolare condizione in cui si viene a trovare l'altoparlante durante il suo funzionamento, specialmente in quelle condizioni più sopra descritte.
Tutti sanno, o possono in ogni caso capire, che un altoparlante durante il funzionamento è soggetto ad un progressivo aumento della temperatura in funzione del tempo di utilizzo e della potenza elettrica, a sua volta dipendente dal "fattore di cresta" con cui è pilotato.
Questa temperatura aumenta nella massima misura, nella bobina che è percorsa dal segnale, innalzandone sensibilmente la resistenza e quindi attraverso la diminuzione della potenza che l'amplificatore ad essa applicato sarà in grado di fornire, per effetto dell'innalzamento del valore "ohmico" del carico, avrà luogo un sensibile, spesso del 50% calo di rendimento del sistema, tanto che, il ripristino di livello che il poco accorto DJ eseguirà, nel tentativo di riguadagnare il volume perduto, ne provocherà la distruzione
Senza continuare oltre in concetti che diventerebbero probabilmente troppo tecnici per questo pubblico, ora credo sia chiaro per tutti quanto poche possano essere le discoteche italiane a possedere un impianto sonoro dimensionato al volume prodotto, e quanto invece sia utile quest'ultima condizione.
Non tutto il male viene per nuocere.
E' altrettanto chiaro quindi, che se le discoteche si atterranno, con ragionevole tolleranza, ai livelli massimi previsti dalla legge, automaticamente e in larga misura, sono convinto più della metà degli impianti di sonorizzazione in esse installati, diventeranno dimensionati, o quasi all'effettivo lavoro da svolgere, con grande vantaggio per la qualità del suono riprodotto e per l'assenza di guasti da sovraccarico, oltre che ovviamente per il contenimento dello stress per le orecchie degli ascoltatori.
In altre parole, se si vuole dare credito al vecchio adagio che "non tutto il male vien per nuocere", le leggi sull'inquinamento da rumore, rivedute e corrette nei limiti massimi consentiti, alla luce delle specifiche e più aggiornate ricerche richieste, promuoveranno, se realmente prese in considerazione, un sostanziale miglioramento del funzionamento del sistema sonoro di un discoteca; condizione di primaria importanza verso il raggiungimento della auspicata qualità totale.
Gli argomenti di cui ho fatto una panoramica, credo sufficientemente completa, richiederebbero ben altro approfondimento, in questa sede non ipotizzabile: spero, comunque, di aver fatto comprendere come, pur nella loro complessità e nelle implicazioni di varia natura che li accompagnano, un'attenta valutazione di tutti gli aspetti del problema della sonorizzazione di una discoteca, porti ad adottare soluzioni di compromesso, diverse rispetto i canoni attuali, ma capaci di offrire vantaggi consistenti di immagine e di ordine pratico, agli imprenditori della categoria.
Importanza della creazione di un'albo professionale installatori e progettisti audio e DJ a tutela del settore.
Voglio ricordare ancora che questo compito non è alla portata di tutti e che la ricerca e l'applicazione di tali soluzioni implica una preparazione professionale molto approfondita, purtroppo quasi del tutto assente nel nostro settore, ma al contempo usurpata da tanti ambigui personaggi che spesso irretiscono lo sprovveduto acquirente con la sola personale capacità di sparlare dei concorrenti più qualificati.
A tale proposito il SILB, a tutela degli associati, potrebbe e dovrebbe farsi promotore della creazione di un albo professionale dei progettisti e degli installatori di impianti per discoteca, in cui ammettere, dopo severe verifiche della specifica capacita professionale, attraverso una commissione di valutazione imparziale ed estranea al settore, gli operatori che ne facciano richiesta, diffondendone in seguito presso la categoria il nominativo con tutti i mezzi informativi di cui dispone.
Quest'ultima proposta, lungi dall'essere provocatoria, potrebbe contribuire a creare una categoria professionale del tutto mancante in Italia, il "Sound Contractor", alla lettera il "contrattista del suono", oltre a quella già esigua del "Sound System Designer", "progettista di sistemi del suono", figure ben presenti in tutti i paesi musicalmente più evoluti del nostro, accreditando in questo modo interlocutori finalmente preparati per l'ottenimento del corretto risultato finale.
Aggiungo inoltre, per completezza, che a tale albo dovrebbe corrisponderne uno analogo a cui ammettere i DJ, solamente dopo una verifica positiva di una solida conoscenza teorica e pratica dell'aspetto tecnico piuttosto che di quello artistico del loro lavoro.
Non me ne vogliano gli interessati, perché sono sicuro che una qualificazione in questo senso, tornerebbe a loro vantaggio perché sgombrerebbe il campo da concorrenti dell'ultima ora causa principale di diffidenza e cattivo apprezzamento di tutta la categoria.
In Italia infatti, anche i requisiti di questa professionalità non sono purtroppo ben definiti, tanto che alla grande importanza rivestita dal DJ, dal punto di vista artistico, nella conduzione dello spettacolo, oltre che nella promozione della discoteca, corrisponde, nella maggioranza dei casi, una scarsa conoscenza delle pratiche di utilizzo corrette delle apparecchiature, fattore indispensabile per evitare le conseguenze che tutti conoscono.
Concludendo, nel desiderio di non "inanes voces fundere" (non pronunciare parole vane), spero ancora una volta che il mio modesto contribuito giovi alla soluzione di problemi, la cui anacronistica presenza nel pur vasto panorama mondiale, è italianamente in contrasto con il primato riconosciuto della più alta densità di discoteche al mondo.
Bibliografia.
Architettura dei suoni. Guido Noselli.
XII Congresso SILB.
Architectural Acoustics - M.David Egan - McGraw-Hill Book Company
Acoustics - Leo L. Beranek - American Institute of Physics
Sound System Engineering -Don/Carolyn Davis- Howard W.Sams & Co
Acoustic Design - Templeton/Saunders- Architectural Press London
Progettare il silenzio - Marco Vigone - Hoepli- Milano