ACUSTICA,
PSICOACUSTICA,
TECNOLOGIE AUDIO e DINTORNI
di Guido
Noselli (fax 030/3580431 - posta elettronica guidonoselli@outline.it)
(Pubblicato
sul Notiziario della Sezione Italiana della A.E.S. - n° 15 Anno VI Dicembre 1997
- con il titolo "Dare per Avere").
Dopo
lunghi anni di costante e quotidiano contatto con le problematiche proprie della
sonorizzazione professionale, da quelle relative alla progettazione e produzione
di apparecchiature, fino alla loro commercializzazione, installazione,
utilizzazione ed assistenza, sono pervenuto, da molto tempo ormai, ad una triste
serie di convincimenti in merito al grado di preparazione culturale di una certa
percentuale, di giorno in giorno sempre più rilevante, di operatori del
settore.
Ho
potuto per esempio constatare che la loro cultura specifica gioca un ruolo che
definire importante è certamente riduttivo; dove esiste essa è spesso e
volentieri estremamente approssimata, molte volte non è in alcuna misura
presente.
C'è
però un fatto ancor più grave: al posto della cultura con la C maiuscola è
invece diffusa e radicata una sorta di subcultura, che affonda le radici
nell’ignoranza assoluta e/o nella mancanza di comprensione dei principi che
sono alla base dell’acustica e in generale della tecnica, la cui conoscenza
approfondita, invece, è requisito primario per chiunque debba operare in questo
"ambito" settore.
Per
anni ho assistito allo scempio delle più elementari regole dell’acustica,
dell’elettronica e della semplice elettrotecnica in nome di convincimenti,
spesso contraddittori e contrapposti, generati da questa subcultura che scritta
non è ma sfrutta il più subdolo tra i canali di comunicazione di massa: il
"passa parola".
E'
questa subcultura, questo mostro a sette teste, che ha provocato e tuttora
provoca gravi degenerazioni ai risultati che gli operatori del settore ( quelli
seri ovviamente ) si prefiggono di conseguire durante il loro lavoro.
“Niente
di particolarmente grave, è un problema di tutti” potrebbe obbiettare
qualcuno, dimenticando che allo scempio delle regole corrisponde in questo caso
lo scempio delle apparecchiature che secondo quelle regole dovrebbero essere
utilizzate.
Ho
assistito così a qualunque possibile nefandezza nei confronti di potenziometri
a cursore e non, ai quali nella migliore delle ipotesi è dato di dover
“lavorare sorseggiando Coca Cola o Gin Tonic”; amplificatori, equalizzatori,
elettroniche varie, ai quali è
demandato il duplice compito di illuminare il volto e la schiena del “domatore
di deciBel” utilizzando i diplay a LED alla stregua di perenni luci di Natale,
e di evitare al proprietario della discoteca inutili spese di riscaldamento (ma
spese di riparazione no !!) , sfruttando
il mini effetto serra da overload. E che dire della ginnastica mortale cui sono
obbligati gli altoparlanti delle casse acustiche, vittime quasi sempre perdenti di una gara al massacro con i timpani di chi
li “comanda”?
La
grande varietà delle applicazioni inerenti la sonorizzazione professionale mi
ha dato modo di imbattermi in un certo numero di stratificazioni della stessa
subcultura. Ho potuto constatare così di persona (e a mie spese per la perdita
di qualche lavoro), in luoghi dove il “Cielo vede e provvede” che la qualità
di un’installazione non viene valutata mediante la misura dell’indice di
intelligibilità, ma sulla base di quanto essa riesca a valorizzare le
caratteristiche vocali ed il narcisismo del parroco, sempre che qualche
parrocchiano sordo e zelante, ex chierichetto, ex corista, ex elettricista, ex
…..qualsiasi cosa, non spari sentenze del tipo
“ guardi sig. parroco che la sua voce non è pastosa”.
Che
dire poi di quanto avviene generalmente in luoghi pubblici, dagli aeroporti alle
stazioni, dagli stadi ai palazzetti dello sport ecc., dove lo “Stato non vede
e non provvede” e dove quindi, imperando la subcultura della “mezza manica
“ (che tiene pulito l’avambraccio ma quasi mai la mano), il risultato di
un’installazione audio, avente lo scopo primario di fornire al pubblico un
servizio in tali luoghi fondamentale, è direttamente proporzionale al prezzo
del materiale installato, scaturito dal più consistente ribasso del prezzo base
di appalto, ed inversamente proporzionale allo “scotto” sostenuto da chi
“vince” la gara ?
Tutto
questo avviene, a mio giudizio, per una colpevole mancata diffusione dell’
informazione a tutti i livelli, unita alla presunzione tutta Italica che gusto
estetico, improvvisazione e fantasia fini
a se stesse siano le sole armi vincenti a prescindere dal risultato. In ragione
di questa logica ho visto installazioni pregevoli per estetica ed ambientazione
ma assolutamente inadeguate alla loro primaria funzione, che fino a prova
contraria è la diffusione sonora.
In
tempi relativamente recenti poi, nuove proposte di lavoro, mi hanno avvicinato
fisicamente alle problematiche di quel “mondo” che è la sonorizzazione di
eventi “live”, un mondo che dovrebbe prima di ogni altro essere permeato di
una vera cultura dell’audio, in quanto agli addetti ne è richiesta una
precisa applicazione a prescindere da condizioni ambientali spesso difficili e
da tempi oggettivamente ristretti.
Anche
in questo “mondo”, constatata la presenza da parte degli operatori di un
continuo esercizio e di una instancabile solerzia nel trovare applicazioni alla
“cultura del facchinaggio e del trasporto ”, indispensabile per quei
“tempi ristretti” appena citati, è
purtroppo largamente diffusa la stessa subcultura degli altri settori, con i
propri tabù un pochino diversi e le proprie verità virtuali da passa parola.
Definizioni
come “frequenze puntiformi” , “botta di dinamica” , sono tra le ultime
perle che le mie orecchie hanno avuto modo di apprezzare, per non commentare poi
tutto un frasario utilizzato per indicare le prestazioni di un sistema di
sonorizzazione “live”, che, a mio giudizio, trova nel computo delle migliaia
di watt la sua massima espressione “non sense”.
Tutto
questo si traduce, com’è inevitabile quando le conoscenze di fenomeni
basilari sono scarse, in risultati casuali e performaces discontinue, anche per
eventi frequentemente ripetuti. Le cose poi si aggravano quando a queste carenze
culturali si accompagna l’incapacità di valutare dal punto uditivo il
risultato ed intervenire di conseguenza per ottenere un compromesso onorevole.
Quest’ultimo
non si può dire sia un fenomeno solo italiano, se è vero che anche in paesi
come gli Stati Uniti, dove la cultura audio è maggiormente diffusa si leva
tuttora un Don Davis ad affermare:
“
If bad sound were lethal we’d all be dead” (se il suono cattivo fosse letale
saremmo tutti morti).
In questo settore, come negli altri, appare quindi evidente ancora una
volta la mancanza di circolazione di informazioni corrette ed imparziali, o
meglio l’esistenza di una diffusione colpevole di informazioni scorrette e
parziali, ad arte strumentalizzate da chi ne trae un qualche beneficio,
esercizio purtroppo molto diffuso nel nostro paese in qualunque ambito ed a
qualunque livello compreso quello politico.
Per
averne una riprova basti leggere l’ultimo DPCM del 18/09/97 sulla
determinazione dei requisiti delle sorgenti sonore nei luoghi di intrattenimento
danzante, operante nell’ambito della precedente legge quadro “447 del
26/10/95” sull’inquinamento acustico, in cui si fissano valori e metodologie
di misura della pressione acustica suggeriti al legislatore da qualche
“esperto” …………..di “business”.
Chi
ha avuto il buon tempo di leggere queste righe fino a questo punto, si sarà
chiesto: " Ma chi è questo qui che si permette di fare il moralista e che
cosa ha fatto in tutti questi anni per cercare di migliorare una situazione, a
suo dire, catastrofica ?
"Touche",
perché nessuno è perfetto. Ma non troppo !
Per contribuire al miglioramento dello status quo, ho cercato di
divulgare in ogni possibile occasione qualche scampolo di verità, arrivando
spesso e volentieri a regalare libri tecnici che chissa mai se sono stati
aperti. Un'iniziativa così "clamorosa" ha attirato su di me anche le
ire di autorevoli personaggi del mondo dell'editoria specializzata, i quali si
sono sentiti ad un certo punto superati da destra.
Bella
figura, per coloro che per autoelezione si considerano i paladini del
"verbo" tecnico.
Non
pago, né tantomeno intenzionato a trasformare l'azienda per la quale lavoro in
un'opera pia, un attimo prima di “cronicizzare gli orecchioni da telefono” e
di “rischiare l’afonicizzazione da parole al vento”, ho
cominciato ad importare dall'estero libri, pubblicazioni e quant’altro
attinente la materia, da vendersi a chiunque ne faccia richiesta.
Non
è un'iniziativa con finalità meramente lucrative, mi "basterebbe"
non buttare i soldi dalla finestra e nel contempo dimostrare la costruttività
delle mie critiche al "sistema".
Sono fermamente convinto, infatti, che tanto più circoleranno informazioni corrette, tanto più, affermandosi una vera cultura dell’audio, diventerà trasparente ed oggettivo il mercato che ad essa si riferisce, con buona pace di tutti coloro che tuttora vi operano, più o meno in buona fede mistificando.